Incontri

Benedetta Tatti spiega l’esperienza in Mali e la forza della carità

Proposto e organizzato dall'Ufficio Migrantes, nella parrocchia di Madonna del Cuore si è svolto l’incontro, molto partecipato, con Benedetta Tatti

Proposto e organizzato dall’Ufficio Migrantes, nella parrocchia di Madonna del Cuore si è svolto l’incontro, molto partecipato, con Benedetta Tatti.

Benedetta è una giovane donna cresciuta in parrocchia dove, insieme ad altri giovani, si è sempre impegnata nelle diverse attività e nei campiscuola estivi. Ha scelto di entrare nell’Accademia militare e attualmente è impegnata nel Mali per conto dell’ONU. All’invito hanno risposto molte persone. La direttrice di Migrantes, suor Luisella Maino, ha rivolto il suo saluto ai presenti e ha illustrato il senso e lo scopo dell’incontro, il primo di una serie che dovrebbe aiutarci a prendere sempre più consapevolezza del fenomeno dell’immigrazione attraverso l’esperienza di chi la vive in prima persona.

E Benedetta Tatti ne ha certamente ben interpretato lo spirito e lo scopo. Il suo racconto dell’esperienza che vive nel Mali non è stato semplicemente la presentazione ben documentata di numeri e di dati sociologici ed economici che, peraltro, hanno molto colpito per la loro drammaticità. La relatrice ha parlato con il cuore, mettendo in evidenza il suo personale coinvolgimento in un’esperienza che sta vivendo non solo da professionista chiamata a svolgere un compito ufficiale e di estrema delicatezza sotto il profilo anche della sicurezza personale. Ha sottolineato più volte che la motivazione di fondo che l’ha spinta a scegliere l’esperienza che sta vivendo e alla quale non è assolutamente disposta a rinunciare è stata ed è la sua volontà di mettersi a servizio delle persone che vivono in situazioni difficili sulla base dei valori che l’hanno sempre animata.

Il Mali sotto questo profilo è davvero una terra ideale dove lei ha potuto toccare con mano la povertà che si concretizza nella storia di mille volti di bambini, donne , uomini e anziani che hanno la sola colpa di essere nati. Benedetta lo ha sottolineato più volte toccando davvero il cuore di chi la ascoltava: la popolazione del Mali è condannata per lo più a sopravvivere senza avere nessuna colpa, vittima di un governo che non c’è e di chi ogni giorno si impadronisce della ricchezza di quella terra.

Lo schema perverso, purtroppo, anche nel Mali è quello che conosciamo: la ricchezza è nelle mani di pochi mentre la popolazione è condannata a sopravvivere. In questo contesto politico, sociale ed economico è facile comprendere, così come ci è stato detto, che la mortalità infantile è spaventosamente alta, che imperversano malattie che potrebbero essere debellate con opportune vaccinazioni, che la delinquenza cattura facilmente le nuove generazioni.

Di fronte a questa drammatica situazione Benedetta, acanto al suo lavoro professionale, ha scelto di dedicare il suo tempo anche al sostegno di una comunità di suore che la vorano nel Mali. Sono le Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth. Sono in particolare a servizio delle ragazze che, dai 14 ai 18 anni, molte già madri, sono costrette a lavori pesanti per quindici/sedici ore al giorno solo ed esclusivamente per sopravvivere. Le suore vogliono aiutarle, attraverso percorsi formativi, a maturare la coscienza della loro dignità mettendo a loro disposizione la possibilità di una crescita culturale e aiutandole anche a diventare esperte in lavori idonei alla loro condizione femminile. Inoltre si preoccupano anche di sostenere la loro maternità cercando di facilitare il loro incontro quotidiano con i loro bambini che nella loro condizione di “schiavitù” difficilmente possono accudire. In questo le suore vanno sostenute e Benedetta ha fatto appello alla generosità dei presenti che, profondamente colpiti da quanto lei ha detto, sono stati invitati a fare un’offerta alla fine dell’incontro.

È seguito un interessante dibattito che si sarebbe prolungato ulteriormente dato l’interesse suscitato se i tempi lo avessero consentito. In ogni caso tutti, dentro quel salone, hanno compreso il messaggio che questa giovane donna, di cui dobbiamo andare orgogliosi, ha lasciato intendere in maniera moto chiara: l’immigrazione con la qualche oggi dobbiamo fare i conti troverà una soluzione veramente umana quando impareremo che la condizione indispensabile è quella di conoscere i volti, le storie, il sorriso o il pianto delle persone.

Quando a prevalere sarà il cuore e quella “strana” virtù che i cristiani chiamano carità.

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