Assistenza domiciliare e cura del dolore: un orizzonte possibile

Si è svolto presso il santuario del Divino Amore a Roma il secondo convegno regionale di Pastorale della Salute sul tema “Assistenza domiciliare e cure palliative: prospettive pastorali e percorsi formativi”, che ha visto protagonista anche l’Hospice di Rieti. Con l’aiuto del diacono Nazzareno Iacopini, direttore dell’ufficio pastorale, facciamo il punto sulle prospettive aperte dall’incontro

Assistenza domiciliare e cure palliative: prospettive pastorali e percorsi formativi: è il tema del secondo convegno regionale promosso dal Centro per la pastorale della salute della diocesi di Roma e dalla Consulta regionale pastorale della salute. L’incontro si è svolto lo scorso il 23 settembre presso il santuario del Divino Amore ed è stato aperto da mons Lorenzo Leuzzi, delegato per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale laziale. Tra gli interventi della giornata di lavori c’è stato quello di Massimo Bratta, oncologo presso l’Hospice San Francesco di Rieti, che ha parlato de Le cure palliative ieri e oggi. Una realtà culturale, etica e sociale.

«Come diocesi – spiega Nazzareno Iacopini, direttore diocesano della Pastorale della Salute – ci siamo spesi in modo deciso per avere un hospice. Perché persone nel momento più difficile della vita, quello della malattia terminale, hanno bisogno di sentirsi curate, amate, accolte. Avere questo vuol dire avere, oltre alla dignità del vivere, anche quella del morire». A pochi giorni di distanza dal convegno romano, lo incontriamo per fare il punto sugli argomenti dell’incontro.

Il tema del convegno era chiaro: assistenza domiciliare e cura del dolore. Perché la Consulta regionale di Pastorale della Salute ha messo sotto la lente questi due temi?

Questo incontro è stato veramente importante, perché siamo riusciti per la prima volta a ragionare insieme a tutte le diocesi del Lazio sul tema dei malati più in difficoltà. Dei malati terminali si fatica a prendersi cura. Il convegno è stato un modo per dire che alla Chiesa non sfugge l’urgenza di questi temi. Chi prova un dolore senza confini cerca disperatamente sollievo. Per questo strategie di assistenza domiciliare non sono più rinviabili. Oggi abbiamo la consapevolezza di un modo diverso di percepire la vita, lontano dall’immagine stereotipata che la cultura contemporanea ci propone. Sappiamo che la malattia e il dolore ci cambiano profondamente, ci fanno apprezzare le piccole cose, ci fanno comprendere che un’ora o un giorno in più di vita possono essere importanti. Ma questo è possibile solo se aiutiamo le persone nel dolore, le persone in difficoltà e le loro famiglie.

Questo delle famiglie è un tema piuttosto sottovalutato…

Infatti. Il punto è che non ci si rende conto di quanto la malattia incida a più livelli. Né si guarda al fatto che il malato, quando è povero, è, per così dire, malato due volte, perché obbligato a scegliere tra curarsi e pagare le bollette, la casa, il cibo. Durante il convegno regionale, alcuni operatori hanno riportato che alcune famiglie, nella povertà più assoluta, finiscono col desiderare la morte del malato, perché non possono più dargli sollievo e perché non riescono più a sostenerne il peso economico, sociale, lavorativo. È un problema enorme che ci interpella e sul quale ci dobbiamo impegnare in maniera totale.

Si può dire che con il suo impegno la Chiesa riesce a contribuire al miglioramento generale in questi ambiti?

Direi di sì. Il lavoro concreto dei volontari, dei medici, degli infermieri, dei cappellani negli ospedali crea, insieme a un sollievo immediato, una cultura della cura. Il nostro obiettivo, come Chiesa resta sempre questo: «Curare sempre, guarire quando è possibile». Facendoci vicini ai malati, portando loro la Parola del Signore, facendo sentire al malato che, se pure è povero e in difficoltà, noi siamo con lui, diamo un contributo immediato, ma anche una indicazione, uno stile. E quando questo diviene consapevolezza condivisa si fanno notevoli passi avanti, come nel caso delle cure paliative, che a ben vedere sono un’acquisizione recente del modo di rapportarsi alla malattia terminale.

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