Incontro Pastorale

Andrea Grillo all’Incontro Pastorale: «Riscoprire la Domenica, oltre il precetto, dentro la celebrazione, nel cuore della vita»

Per esplorare le molteplici implicazioni della “Domenica” in occasione dell’Incontro Pastorale, la Chiesa di Rieti si è affidata alla riflessione del teologo Andrea Grillo, che con un discorso articolato su cinque punti, ha sollevato i problemi, aperto le prospettive, sollecitato le riflessioni necessarie a riscaldare le intelligenze e i cuori in vista del secondo giorno dell’appuntamento ecclesiale, durante il quale i convenuti sono stati chiamati all’impegno in prima persona seguendo la formula dei gruppi di lavoro

Dopo l’introduzione del vescovo Domenico, tocca a un liturgista di grido proporre la relazione che costituisca la base teologica dei lavori dell’incontro pastorale. Monsignor Pompili presenta all’assemblea radunata al centro pastorale di Contigliano il professor Andrea Grillo, conosciuto già da preti e diaconi (lo aveva invitato in passato per gli incontri del clero) ma volto nuovo per la maggior parte del laicato, di cui pure condivide lo status: Grillo, ligure di Savona, è sposato e padre di due figli. Un “bagaglio” non certo insignificante che va ad arricchire il suo corposo curriculum di specialista in teologia liturgica e sacramentaria, discipline che attualmente insegna al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma e al collegato Istituto di Liturgia Pastorale dell’abbazia di Santa Giustina a Padova. Persona, dunque, quanto mai adatta a offrire gli elementi di riflessione sul tema della domenica, da analizzare sotto la prospettiva del giusto recupero della festa nella sua dimensione anche antropologica e dunque familiare.

“Riscoprire la Domenica, oltre il precetto, dentro la celebrazione, nel cuore della vita” si intitola il denso intervento che don Domenico ha affidato ad Andrea Grillo. “Riscoprire”, sì, perché da sempre il dies Domini ha attraversato la vita della Chiesa dando, con la celebrazione della Messa festiva, il “colore” a tutta l’esperienza cristiana. Ma è sotto gli occhi di tutti, premette il relatore, che tale esperienza «è stata messa a dura prova lungo i secoli: soprattutto gli ultimi due secoli, così come tutte le cose di fede e di tradizione. Dobbiamo riconoscerlo: le cose più centrali che regolano la nostra vita negli ultimi due secoli hanno trovato straordinario rilancio e grandissima crisi». Poiché è un dato di fondo che «fin dall’origine il sabato e la domenica sono state esperienze di libertà: ma sappiamo bene come negli ultimi tempi come è cambiata la libertà…».

A introduzione del suo intervento, il professor Grillo ha scelto di presentare un aforisma a firma di un uomo di governo: il diplomatico, economista e scrittore svedese Dag Hammarskjöld, che fu il secondo segretario generale dell’Onu e che, perito in un incidente aereo durante una missione di pace in Africa, ricevette postumo il Nobel per la pace. «Rimanere uno che riceve, e ringraziare», la frase che Grillo propone come sintesi di tutta la sua riflessione. E già: «l’esperienza del tempo è un’esperienza di rendimento di grazie: proprio questo ci dice la domenica», spiega il relatore. E nella Chiesa «sta crescendo la coscienza che al tempo dobbiamo essere iniziati: il tempo non va da sé, dipende da come tu ne fai esperienza rispetto agli altri. Se qualcuno ci ha liberato da un passato che ci opprime».

Il tempo festivo come “ponte tra i comandamenti”

Il primo punto indicato dal relatore è proprio questo: riscoprire il tempo festivo come “ponte tra i comandamenti”. Il modo con cui oggi si tende a pensare il tempo, infatti, «rischia di farci perdere il ritmo festivo. La nostra vita è una vita in cui o si lavora o non si lavora», e il pericolo è di perdere quello che per Grillo è un terzo tempo rispetto a quello lavorativo e di vacanza: appunto il tempo festivo «che non è tempo libero, è tempo di libertà ma non tempo libero!». I segnali che tendono a dirci questa cosa non mancano, dai programmi televisivi non differenti rispetto agli altri giorni ai negozi che restano aperti. E allora, troppo facile rimpiangere i bei tempi di una volta, quando “tutti andavano a Messa”… «Certo, era l’unica cosa aperta!».

La prima prospettiva della riflessione che il liturgista propone è dunque “il comandamento sul tempo”. A partire da una considerazione riferita al Decalogo: «I comandamenti non sono tutti uguali: sappiamo che c’è da distinguere una prima tavola dei comandamenti verso Dio e una seconda tavola dei comandamenti verso il prossimo». E il comandamento sul dovere di santificare il sabato (per i cristiani poi “trasferito” alla domenica) nel Decalogo è posto, evidenzia Grillo, «a cerniera tra quelli verso Dio e quelli verso il prossimo», come “ponte” fra il dovere di onorare Dio e quello di onorare i genitori. La logica, spiega il professore, «è che il tempo festivo è garanzia della libertà, serve per custodire il rapporto con Dio e con il prossimo: se non riesci a gustare un tempo gratuito festivo perdi sia la capacità di riconoscere il padre e la madre, sia di riconoscere Dio». Quindi il “ricordati di santificare la festa” diviene «il principio per farsi riconoscere da Dio e dal prossimo». Il tempo infatti «è una sorta di tappeto esistenziale. nel quale se non riesci a introdurre la differenza, tu fai fatica».

E qui arriva l’analisi della “evoluzione” del “giorno del Signore”, dal sabato degli ebrei al “primo giorno dopo il sabato” dei cristiani. Partendo dal contenuto “forte” dello shabbat per Israele: «il giorno del non lavoro, in cui tu “sprechi”, consumi quello che hai, non guadagni nulla». Si tratta di «un tempo diverso, un tempo di interruzione dei rapporti ordinari. In questo senso è il primo e ultimo giorno, è l’inizio del rapporto col tempo: il tempo inizia con un atto di lode, di gratitudine». Un concetto per il quale la cultura di oggi «fa fatica, con l’idea del fine-settimana», mentre la prospettiva corretta è quella non della fine, ma dell’inizio: la mentalità odierna punta a far partire la settimana dal lunedì, dal lavoro, per arrivare al riposo, «e invece va inaugurata dal tempo festivo, in cui ricevi il tempo sia per lavorare sia per riposare».

Il “modello liturgico” di riferimento, annota Grillo, è la celebrazione del Triduo pasquale e in particolare della Veglia pasquale, che contiene in sé tutta la concezione sacra del tempo nelle sue tre articolazioni: creazione, redenzione, risurrezione. Esse «si sintetizzano nella domenica: fedeltà al passato, attualità, apertura al futuro». Ecco allora che «la domenica così diventa il centro dell’esperienza personale». Non è un caso che tutti i maschi ebrei, Gesù compreso, vengano circoncisi otto giorni dopo la nascita: «Perché otto giorni? Perché prima di essere circonciso, il bambino deve aver conosciuto il sabato, quindi comunque lo attraversa. Il sabato, come per noi la domenica, è esperienza di Dio nel tempo» ed è necessario attraversarlo.

Il “mistero del tempo”

Si giunge così al secondo punto della riflessione sulla domenica, riguardo la necessaria iniziazione al “mistero del tempo”.

La domenica, sottolinea Grillo, «di tutte le feste è quella primordiale, l’origine di ciò che è festivo per i cristiani». Il rinnovamento liturgico, partito con Pio XII e lanciato alla grande dal Concilio, ha voluto puntare proprio a questo: tra le miriadi di feste e festicciole, riscoprire la domenica, anche quella ordinaria senza sottolineature particolari, come il vero cuore della fede.

«L’evidenza della domenica si sposa con un filone del pensiero cristiano che fa i conti con il problema con cui l’uomo vive il tempo», e qui il relatore ha citato la celebre espressione delle Confessioni di sant’Agostino “Il tempo se non mi chiedi cos’è lo so, ma se mi chiedi cos’è non lo so più”. Proprio così, «il tempo sfugge alla presa». Vero che ai giorni d’oggi,  «diversamente dai nostri antenati, abbiamo un tempo oggettivato: abbiamo tv, computer, orologio al polso che ci dicono continuamente che ora è», mentre fino a non molti decenni fa «il campanile era il punto di riferimento. Quel mondo custodiva molto di più la dimensione comunitaria del tempo: oggi l’orologio personale ci rende tutti individui, ognuno può essere diverso e muoversi in modo diverso». Non è un caso che la parola horologion nella tradizione cristiana orientale si quella che definisce il libro della Liturgia delle Ore, ciò che indica il dipanarsi delle ore come tempo sacro: invece per noi l’orologio «ti dice che ora è, ma non ti dice che senso ha. L’orologio oggettiva il tempo e lo rende omogeneo e irreversibile. Un fenomeno degli ultimi duecento anni. Ha reso scontata l’idea che tutto il tempo è uguale e va solo dal passato al futuro: perfetto per lavorare e perfetto per essere in vacanza, non funziona però con la festa», perché l’esperienza del tempo festivo è quella di «un tempo disomogeneo, che non ha parti uguali». La logica di Dio che non ha il “tempo che passa”. E l’uomo «ha bisogno di un’altra esperienza del tempo che è quello festivo, che non è la logica dell’orologio». Questo ci dice molto: «Guai guardare l’orologio quando si celebra!»: la logica del celebrare non è la logica dell’orologio… Del resto il porre troppa attenzione al tempo, l’andar di fretta e il calcolare tutto, appartiene allo stile di vita moderno occidentale: in altre culture più tradizionali, come quella africana, questa nostra ossessione dell’orologio, fa notare il relatore, non la capiscono proprio…

E di questa ossessione è la Messa domenicale a farne le spese: tante Messe e frettolose! In Italia siamo specialisti delle Messe che durano meno di tre quarti d’ora, mentre ci sono – anche ospitati in Italia – gruppi stranieri che celebrano «Messe domenicali non in italiano che possono durare due ore e mezza». Una sfida per il cattolicesimo nostrano: «ci accusano: “qui vi manca la festa!”… Eppure l’Italia ha una sapienza festiva straordinaria, un’abitudine a festeggiare senza risparmio e senza fretta in tante situazioni… che però tende a non riconoscere quando si celebra l’Eucaristia. Abbiamo un grande senso di festa, ma poi quando celebriamo ci irrigidiamo! Dobbiamo riflettere su che cosa non funziona», provoca Grillo. Il tutto è causato dall’aver per troppo tempo «ridotto la Messa a precetto domenicale, ma non è innanzitutto un precetto. Ridurre la Messa a precetto significa farla diventare un dovere, mentre è il grande piacere del cristiano». Ci vorrà tempo per scardinare questa dannata mentalità, «è un lavoro di generazioni: ne godranno i nostri pronipoti tra un secolo. Trasformare davvero un’assemblea eucaristica in festoso riconoscimento del dono della risurrezione richiede un cambiamento di generazioni!».

Un’esperienza ternaria del tempo

Necessario, allora, un lento e difficile lavoro di catechesi e formazione che rimetta le cose al posto giusto, ristabilendo la perduta verità riguardo il tempo, recuperando «un’esperienza ternaria del tempo», quella messa in crisi dalla società industriali in cui ci si è persuasi «che il tempo ha solo due dimensioni: o lavoro o tempo libero. Questa alternativa, questa concezione binaria del tempo, ammazza tutti! Non trovi più gusto in niente. Se il tempo è solo lavoro o non lavoro, c’è chi cerca di realizzarsi solo nel lavoro o solo nella vacanza. Ma questa è schizofrenia. Serve una terza cosa: il tempo festivo ti dice che puoi amare se sai riconoscere che sei amato, che c’è qualcuno che ha perso tempo per te». Concetto di fondo da far tornare in auge è quello per cui «la radice della esperienza del tempo non è né il lavoro né la vacanza, ma la festa».

Il tempo festivo, evidenzia il professore, «ti dice l’origine del tuo tempo. Ognuno di noi se può dire “che ora è” è perché qualcuno lo ha amato, ha perso tempo per lui. Il nostro vissuto di lavoro e vacanza si radica in un’esperienza festiva che ha bisogno di essere esplicitata». Non è un caso che «delle tre forme di tempo quello festivo è l’unico che ha bisogno di comunità. Puoi lavorare e fare vacanza da solo, ma non puoi festeggiare da solo!».

Non si potrà mai ridare dignità al dies Domini finché non ci liberiamo dall’ossessione del tempo che scorre. La domenica è in qualche modo “tempo sospeso”: nessuna fretta! «Celebrare il giorno del Signore ha bisogno di recuperare la delicatezza di un’esperienza in cui una comunità che sappia donare il tempo: e per farlo bisogna saper “perdere tempo”. Tanto più le nostre Messe sono veloci tanto più non sono festive. La Messa diventa come la metropolitana: i mezzi di trasporto tanto più sono veloci tanto meno ti mettono in relazione. La metropolitana ti impone l’irrilevanza dell’altro: questo perché è veloce». E così l’avere tante Messe in successione con “velocità da metropolitana”, dice (ironicamente, ma non troppo) il professore, inevitabilmente «impedisce che ci sia comunità: ognuno ha la Messa sua! Il gusto della domenica è invece rendere un’esperienza di comunità».

Il concetto da far passare è che «il fenomeno del tempo è custodito da “Altro/altri” che si occupano di me avendo perso tempo per me. Questo è bello, ed è veramente liberante, perché il mondo di oggi, molto più di quello di una volta, fa pesare su ognuno il tempo oggettivo e soggettivo come mai è stato. La cosa è più forte tanto più quando manca un’esperienza di condivisione del tempo. Riconoscere l’altro che ti ha fatto gustare il tempo è una grande consolazione. Mentre questa tendenza a oggettivizzare o soggettivizzare il tempo, tutto mio o tutto altrui, è in realtà un’astrazione: la verità è un’altra, emerge quando una comunità se ne prende cura. La festa è il momento specifico dell’esistenza di ognuno di noi in cui si fa memoria di questa liberazione del tempo».

E se la festa è un dono, ed è vissuto come “perdere tempo”, come donarsi reciprocamente senza risparmio e senza fretta, ecco che aiuta a vivere tutta la settimana come un dono, come un darsi tutto agli altri.

Alcune vie per recuperare il senso della domenica

Ecco allora indicate da Andrea Grillo alcune «vie per recuperare il senso della domenica». Innanzitutto, la necessità di «fare del “tempo festivo” un tema di iniziazione», cosa a cui spesso non si pensa. «Al bambino va fatto cogliere che proprio la domenica in sé è l’oggetto dell’iniziazione: noi iniziamo solo al contenuto eucaristico, ma non alla Messa domenicale, al giorno del Signore celebrato. Questo deve essere l’obiettivo: dare ai nostri figli criteri di distinzione tra giorni feriali e giorno festivo. Uno dei drammi metropolitani è uno dei segnali che i giovani non capiscono la distinzione. L’iniziazione cristiana è far entrare in una logica temporale». E questa è una grande sfida, «perché prima si viveva di rendita», era il contesto sociale a dare in modo automatico tale distinzione. Radicarla nel cuore dei ragazzi è una grande opera educativa: «Far recuperare la differenza del festivo» che significa educare al tempo donato e che può diventare «anche modi di vivere, di comprare, di far vacanza, di “perdere tempo”, diversi».

Una “dimensione festiva” che non deve restare “imprigionata” solo dentro la domenica ma che deve puntare a impregnare anche la ferialità: la festa, spiega Grillo, «se è ghettizzata nella domenica non è veramente se stessa. Diventa capace di far leggere anche i giorni feriali con questa logica: gli atti lavorativi devi svolgerli facendo emergere l’umanità di ciò che fai. Questo significa recuperare la vacanza come luogo di festa, ma anche saper distinguere: nessun tempo, di lavoro, di vacanza, festivo, è totalizzante. “Tempo festivo” ti serve per non attribuire al lavoro e alla vacanza un senso assoluto».

Il nemico più grande da abbattere è la vecchia mentalità della “Messa di precetto”. Agire per rendere sempre di più la celebrazione eucaristica domenicale un atto d’amore. L’Eucaristia, sottolinea il relatore, è infatti «l’atto d’amore che si fa parola. Inizia e finisce coralmente, e dentro c’è una sequenza di azioni tutte importanti, tutte di comunione. Ascoltare la parola comunitariamente è fare comunione. Pregare per gli assenti è fare comunione… Poi c’è la comunione specifica al pane e al calice, l’atto culminante che però non si capisce se non alla luce di una sequenza».

Una celebrazione eucaristica ben fatta che dia l’idea del tempo diverso che è quello festivo, con ritmo diverso dagli altri giorni. «Una Eucaristia recuperata integralmente permette di recuperare la domenica. “Perdere tempo” significa curare una liturgia della parola in cui tutti ascoltino», superando definitivamente la concezione della Messa solo “dall’offertorio” che dai tempi dei nostri nonni ancora un po’ continua a impregnare il vissuto liturgico domenicale. Del resto, nota Grillo, «qui siamo ancora all’inizio, siamo la seconda generazione che lo fa… Le generazioni non sono anni, sono persone in sequenze. Tra noi e il Concilio ci sono due generazioni ed è appena cominciata la terza. Quando la Chiesa trasforma le proprie tradizioni ha bisogno di tempo. Ma se lavoriamo insieme possiamo offrire ai nostri pronipoti una domenica liberata dal peso del precetto e arricchita dalla gioia del dono, dalla capacità di riconoscere l’altro da te».

Le prospettive di lavoro sono quelle su cui saranno chiamati a confrontarsi i lavori di gruppo sui vari ambiti che, nel secondo giorno dell’incontro pastorale, saranno introdotti da un allievo del professor Andrea Grillo.

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