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Addio a Paolo Rossi l’antieroe del Mundial ’82

Morto a 64 anni Paolo Rossi Campione del mondo 1982: mise in ginocchio il Brasile e trascinò gli azzurri di Bearzot alla vittoria in Spagna

Ero allo stadio Sarrià di Barcellona il pomeriggio del 5 luglio 1982 quando un giocatore dalla gambette chiare fece piangere il Brasile. Ed ero su un taxi a Sydney, diciotto anni dopo, quando portandomi allo stadio olimpico l’autista australiano intuendo il mio accento mi sorrise adorante: “Italiano? Eh, Paolossi…”.

Chi ha avuto la fortuna di andare per lavoro in giro per il mondo se lo è sentito ripetere spesso. E la chiave stava tutta in quel “eh”, e nell’allusione dei puntini che idealmente seguivano il nome, un modo per dire: so bene chi siete voi italiani, siete quelli di quel ragazzo lì. Tre puntini, come i gol di Rossi al Brasile nell’indimenticabile Mondiale di Spagna. Lo sapevano tutti: il bambino che ho visto nella favela di Rio de Janeiro a piedi scalzi che prendeva a calci una palla di stracci con addosso la maglia strappata e azzurra con il nome di Rossi sulla schiena, e il pizzaiolo avellinese di Atlanta che una sera staccò dalla parete del ristorante la foto autografata di Pablito giurandomi che lui l’aveva conosciuto di persona.

Per questo, la notizia che Paolo Rossi se ne è andato la notte scorsa a soli 64 anni, senza nemmeno tentare una finta in area, ci rende tutti più poveri. Perché si porta via un piccolo pezzo anche della nostra esistenza e dei nostri ricordi belli. Insieme alla certezza che senza quel trionfo al Mundial dell’82 forse l’Italia sarebbe un po’ diversa agli occhi del mondo e di chi oggi continua a viverla.

Anche l’Italia di Rossi era un’altra cosa. Quella del pallone, ma non solo. Come la parabola campionesca di quel giocatore atipico, mite e felpato, che segnava di testa senza avere l’altezza, e riempiva le reti senza avere i muscoli gonfi. La sua era l’Italia che una domenica di marzo del 1980 vide le camionette dei Carabineri entrare in campo portandosi via giocatori e dirigenti, scoprendo il marcio triste del Totonero. In quel giro di scommesse c’era anche Rossi Paolo, non scritto tutto attaccato e con il cognome davanti, come succede quando da mito torni nella polvere. Due anni di squalifica per il pareggio concordato in un Avellino-Perugia, dove lui comunque segnò due reti.

Colpevole con dolo? Colpevole d’ingenuità? Innocente? Qui non si giudica, si ricorda. E la memoria è la cosa più umana che ci sia. Rimuove delle cose, ne porta a galla delle altre. Pochi anni dopo Paolo Rossi sarà completamente scagionato dai due principali testimoni d’accusa, Trinca e Cruciani, che ammetteranno di averlo tirato in ballo perché simbolo del calcio italiano. “La verità ha fatto gol, ma a tempo scaduto”, scrisse Oliviero Beha su Epoca.

Ma intanto il danno era fatto, e due anni sono lunghi una vita. Gli offrì un salvagente Giampiero Boniperti che nell’estate del 1981 versò 3,3 miliardi nelle casse del Vicenza per rilevarne il cartellino. A Rossi chiese di presentarsi al ritiro della Juventus con i capelli tagliati. E possibilmente di sposarsi, “così sarai più tranquillo”. Lui si sposò a settembre, ma giurò che era già in programma.

Poi il ritorno in nazionale, il Mondiale dell’82, Bearzot e il silenzio stampa. Paolo Rossi sembrava un pulcino dentro una maglia più grande di lui. Invece tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno in finale alla Germania, nove in tutto a fine torneo. «Non ci prendono più» dice il labiale di Sandro Pertini in tv, mentre Nando Martellini ripete: campioni del Mondo, campioni del Mondo, campioni del Mondo. Avevano cuore, non erano santi o eroi. E Paolo Rossi era un campione normale, tanto diverso da Maradona o Platini. Discreto genio, e tanta regolatezza. Mario Sconcerti ha descritto meglio di tutti come giocava: era come se il suo talento l’avesse barattato con un ritmo di partita solo suo. Non vedevi niente, era come un deserto. In area si alzava della polvere, intuivi un gruppo di corpi, e se la palla finiva in porta, era stato Paolo Rossi. Perfetto, no?

Lui e gli altri diventarono un urlo e una squadra. La migliore. La tripletta che Paolorossi tutto attaccato, rifilò al Brasile ha segnato il nostro mondo, mica solo quel mondiale. Non c’è più il Sarrià di Barcellona, non ci sono più quei volti, e nemmeno quel calcio. Anni dopo lui ricordò così quella sensazione: “Guardavo la folla, i compagni, le bandiere dell’Italia sventolare ovunque, e dentro sentivo un fondo di amarezza. Adesso dovete fermare il tempo, mi dicevo. Non avrei più vissuto un momento del genere. E me lo sentivo scivolare via. Ecco: era già finito: capii che la gioia quella vera, dura un attimo…”.

Ginocchia fragili, menischi a perdere: tre volte sotto i ferri in tre anni, una carriera finita presto, l’addio al pallone molto prima di tanti come lui che si sono trascinati il tramonto fin dietro la montagna. Poi la televisione, sottovoce, una presenza da commentatore magra, distinta, sottile. Breve.

Anche ieri notte Paolorossi se ne è andato così, senza disturbare, senza il furor di popolo e le discussioni feroci di un altro che lo ha appena preceduto. Destini diversi, stesso pallone, quello che ci manca. Allora buon viaggio, uomo che ci hai fatto felici, e grazie.

Alberto Caprotti, per avvenire.it

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