Anniversari

100 anni dalla Grande Guerra. Dominique Quinio: «I fermenti dell’odio possono alimentarsi giorno dopo giorno»

La presidente delle Settimane sociali di Francia commenta la commemorazione di Parigi per il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale e il Forum della pace.

La presidente delle Settimane sociali di Francia commenta la commemorazione di Parigi per il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale e il Forum della pace: «È vero che il grande dramma della guerra è dietro di noi. Ma attenzione: i fermenti che possono riaccendere le violenze, i risentimenti e gli odi gli uni contro gli altri, possono continuare e alimentarsi giorno dopo giorno. Ricordare il passato significa oggi capire come poter sperare che le grandi guerre mondiali del Novecento siano definitivamente sconfitte e come evitare che possano tornare i nazionalismi esacerbati e generare ancora conflitti».

Le commemorazioni con le sfilate dei leader politici, le bandiere e i tricolori possono anche essere delle grandi messe in scena organizzate per interessi particolari, ma «restituire la storia alle giovani generazioni è ricordare che la guerra è sempre possibile e invitare a non ripetere gli errori del passato».

Dominique Quinio, per dieci anni direttrice del quotidiano cattolico francese “La Croix” e oggi presidente delle Settimane sociali di Francia, commenta così la commemorazione che si è svolta a Parigi per ricordare la fine della Prima Guerra Mondiale con la firma 100 anni fa dell’Armistizio. A piedi, oltre 70 capi di Stato e di Governo hanno sfilato – sotto la pioggia – lungo gli Champs-Elysees per raggiungere l’Arco di Trionfo.

Alla commemorazione è seguito un Forum della pace di due giorni, dove sia il presidente francese Emmanuel Macron sia la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno scandito un chiaro “no” ai “nazionalismi” e al populismo. Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, ha parlato di un «ingranaggio» in cui «molti elementi sembrano riportare all’inizio del XX secolo e agli anni Trenta». Da qui il monito di Macron: «Sommiamo insieme le nostre speranze invece di opporre una all’altra le nostre paure». Gli ha fatto eco, da Roma, Papa Francesco: «La pagina storica del primo conflitto mondiale – ha detto domenica 11 novembre dopo l’Angelus – è per tutti un severo monito a respingere la cultura della guerra e a ricercare ogni mezzo legittimo per porre fine ai conflitti che ancora insanguinano parecchie regioni del mondo. Sembra che noi non impariamo». Peccato che il presidente Usa, Donald Trump, dopo la commemorazione abbia preferito andare al cimitero americano di Suresnes, fuori Parigi, per rendere omaggio ai suoi soldati e, quindi, disertare il Forum della pace.

Dominique Quinio, che impressione ha avuto della Commemorazione e del Forum?
Quello che mi ha colpito è la distinzione tra patriottismo e nazionalismo. Si può amare la propria patria e l’Europa e amare il mondo impegnandosi perché ovunque sia garantita la pace con lo sviluppo dei popoli. Le parole del presidente Macron e della cancelliera Merkel, così come il monito del segretario generale dell’Onu, sono significative in un tempo come il nostro, dove riemergono forze che possono essere pericolose per l’Europa e, quindi, per la stabilità del mondo intero. È stata anche messa in discussione la questione dell’unilateralismo, ribandendo la volontà d’impegnarsi nella cooperazione internazionale. Il fatto, però, che gli Stati Uniti non abbiano partecipato al Forum della pace, è motivo di inquietudine.

Cosa spinge i Paesi a chiudere le proprie porte all’esterno?
Non si tratta più semplicemente di far ricadere sugli altri le responsabilità della propria condizione. Si mette in discussione la mondializzazione sottolineandone gli effetti negativi che ha avuto sulla vita delle persone. Da qui il bisogno di sentirsi protetti. Io e la mia regione, io e la mia città, io e il mio Paese. Sicurezza e superiorità. La chiusura risponde a queste aspirazioni. Lo ha detto espressamente Donald Trump che gioca su questo bisogno. Evidentemente ci sono persone che si sentono più protette se i loro Paesi non sono aperti.

Le guerre del Novecento sono state l’esito di questi nazionalismi esasperati. A questo proposito, a 100 anni dalla firma dell’armistizio, quale lezione lascia alla storia la Grande Guerra?
Un messaggio di pace. L’Europa è un continente, che dopo essere stato violentemente lacerato dalle guerre, ha conosciuto un lungo periodo di pace. La commemorazione di Parigi ha permesso di dire: contrariamente a quello che possono pensare le giovani generazioni, la pace non è una condizione raggiunta una volta per sempre. È vero che il grande dramma della guerra è dietro di noi. Ma attenzione: i fermenti che possono riaccendere le violenze, i risentimenti e gli odi gli uni contro gli altri, possono continuare e alimentarsi giorno dopo giorno. Ricordare il passato significa oggi capire come poter sperare che le grandi guerre mondiali del Novecento siano definitivamente sconfitte e come evitare che possano tornare i nazionalismi esacerbati e generare ancora conflitti.

70 leader mondiali hanno sfilato per gli Champs-Elysées. Una messa in scena o queste commemorazioni servono a qualcosa?
Certo, c’è sicuramente una parte di messa in scena. Ed una volontà del presidente Macron di far emergere la Francia in un contesto mondiale. Aggiungerei anche la limitatezza dei mezzi. Ritengo, cioè, che tutte queste questioni non possono essere trattate senza una partecipazione degli Stati Uniti. Ma non si possono rompere i ponti. Occorre continuare ad alimentare con il dialogo gli accordi internazionali sul clima, sul disarmo nucleare. Si può dubitare dell’efficacia di queste commemorazioni a livello geo politico, ma nella coscienza delle persone, e dei giovani in particolare, sono eventi importanti.

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