Cultura e costume

La mia banda suona Dante

Dante affascina sempre, e tutti: non solo letteratura, cinema, arte, ma anche musica, e non tanto quella ritenuta “seria”, ma anche quella rock

Dante affascina sempre, e tutti: non solo letteratura, cinema, arte, ma anche musica, e non tanto quella ritenuta “seria”, ma anche quella rock. Non dimenticando che la stessa poesia dantesca ante-Commedia era accompagnata talvolta da una veste musicale, come dimostra l’episodio di Casella che nel secondo canto del Purgatorio intona la canzone “Amor che nella mente mi ragiona” dell’amico Dante. Hanno ripreso questa tradizione quei musicisti che negli anni Sessanta del Novecento avevano intonato, imberbi, quelle messe “beat” che hanno avuto il merito di riportare i giovani in chiesa grazie a chitarre elettriche, tastiere, batterie, bassi e voci heavy, mica solo melodiche.

Si prenda il gruppo romano dal nome già di per sé letterariamente e mitologicamente suggestivo: Metamorfosi. Nato nel 1971, dopo un album dal titolo che ne chiariva già la provenienza, “E fu il sesto giorno”, l’anno dopo il gruppo fa uscire “Inferno”, di chiara derivazione dantesca. Dopo molti e travagliati anni, il Fiorentino ritorna con il suo fascino perenne, e allora abbiamo, singolarmente rovesciati nella cronologia, “Paradiso”, nel 2004, e “Purgatorio” nel 2016. Ma in Italia c’era un altro gruppo che di connubi tra sinfonico e rock se ne intendeva, quei New Trolls che avevano donato alla scena internazionale, grazie anche a Luis Bacalov, quel “Concerto grosso” che rappresenta un capolavoro assoluto di equilibrio tra grande orchestra, strumenti elettrici e l’inusuale, per quel tempo, Shakespeare del “To die, to sleep, maybe to dream” dell’Amleto.

I New Trolls andarono a pescare uno dei miti della Commedia, i due amanti che rimangono abbracciati nell’eternità infernale (ispirando tra l’altro una marea di opere d’arte): sono infatti Paolo e Francesca ad affascinare il pubblico giovanile del tempo (eravamo nel 1972) attraverso un altro sperimentale, coraggioso album dal titolo “UT”, nel ricordo della creazione dantesca (che aveva basi storiche) che diventerà il simbolo del fascino e dei rischi, oltre che dei limiti, dell’amor cortese.

Ma un’altra celebre canzone è ispirata a Dante, quel “Compagno di scuola” di Antonello Venditti che nel 1975 ricordava come da una parte covava l’odio studentesco per le interrogazioni e gli interrogativi su un Dante “uomo libero, un fallito o un servo di partito”, dall’altra perdurava la fascinazione dei due amanti, materializzatisi, nella fattispecie, in un ragazzo che avrebbe voluto dichiararsi con le parole del poeta alla “più carina, la più cretina”, quella “del primo banco”, senza peraltro utili risultati. Ma Venditti aveva fatto il liceo, e il liceo, come si sa, ti presenta Dante e la sua Commedia in tutte le salse, ed è così che arriva la citazione, sempre e inevitabilmente amorosa, del quinto canto infernale, piuttosto contaminata in realtà, con quel “e se amor che a nulla ho amato/ amore, amore mio perdona” di “Ci vorrebbe un amico”.

E però pure un rapper scatenato -ma a volte melodicissimo- come Jovanotti aveva osato disturbare (e se il ricordo non fosse per niente un disturbo?) padre Dante con i soliti, inflazionati Paolo e Francesca di “Serenata rap” che promette – o minaccia – di “scrivere sulle metropolitane” la celebre, misteriosa frase che in realtà simboleggia l’ammonimento cortese al cuore nobile di corrispondere una altrettanto nobile profferta d’amore.

Ma il mondo della musica, d’autore e no, è pieno di rimandi al nostro padre letterario, dagli americani Iced Earth (e pensate che originariamente avrebbero dovuto chiamarsi “Purgatory”!) con l’ultima traccia di un loro lp, dal titolo di “Dante’s Inferno”, ai brasiliani Sepoltura che nel 2006 fecero uscire il disco “Dante XXI” con una triplice, canonica, suddivisione nei tre regni dell’aldilà.

Per non dimenticare il grande, rimpianto Battiato che in “Il testamento” di “Apriti Sesamo” citava il canto di Ulisse e la celebre “Fatti non fosti a viver come bruti”, e, l’anno dopo, l’antico rock-symbol italico, Ligabue che in “Siamo chi siamo” si ritrova a “non aver capito” proprio “nel mezzo del cammin di nostra vita”. D’altronde un altro protagonista della scena musicale nostrana, Vinicio Capossela, ha voluto omaggiare il padre della nostra lingua titolando “Bestiale Comedia” (con una sola m) il suo tour estivo dell’anno in corso, con la precisa allusione al passo infernale del “vedi la bestia per cui ‘i mi volsi” dell’inizio del cammino oltremondano più famoso del mondo. Di questi famosi, senza isola, dovremmo esser fieri. E soprattutto del nostro comune padre Dante.