Gioacchino Criaco al Premio Letterario. Un assaggio de “Il saltozoppo”

Il 25 marzo alle ore 17, presso l’Auditorium Varrone, si svolgerà l’incontro con , autore del secondo libro in concorso del Premio Letterario città di Rieti: il romanzo “Il saltozoppo” (Feltrenelli). Come al solito saranno presenti gli studenti che hanno aderito all’iniziativa “Adotta un libro”, la Giuria e tutti i lettori.

L’ennesimo libro sulla mafia? Non proprio. Il cuore profondo della Calabria è il vero protagonista del testo. Partendo dall’infanzia di tre ragazzini tornati al paese d’origine, si dipana una storia d’amore e morte. La “peste”, ovvero l ‘ndrangheta, sconvolgerà la loro vita ma il destino è già scritto nella secolare storia delle loro famiglie.

Fin dai primi paragrafi si nota la particolarità del linguaggio di Criaco. Basta leggere un piccolo esempio per capire: «Con i primi baci le sue labbra e la sua lingua fecero a pezzi i miei giochi». Metafore e metonimie come questa costellano l’intero libro senza appesantire la lettura. Lettura che anzi risulta scorrevole anche nelle pagine più dense di fatti o salti temporali.

Anche la struttura è caratteristica. I tre protagonisti parlano in prima persona alternandosi. La tripla voce, come tre coordinate, ci mostra i diversi aspetti della realtà calabrese. I tre ragazzi sono altrettante prospettive possibili sulla ‘ndrangheta: il “Geco”, la storia mitica; la “Ninfa”, la visione romantica; il “Cucciolo” la piccolezza della criminalità. Solo nella seconda metà del libro si romperà questa armonia con nuovi personaggi, in maniera coerente con lo svolgersi degli eventi.

Ma la vera chicca stilistica riguarda i “racconti tradizionali” riconoscibili dal corsivo. Sono brevi testi a sé stante che spiegano e giustificano i fatti narrati creando una sorta di aura mitologica, mai oziosa. Dei piccoli gioielli incastonati nel racconto. Queste qualità linguistiche e strutturali conferiscono al libro un vero e proprio stile, cosa non scontata nella narrativa contemporanea.

Leggendo il libro ci si chiede prese se l’odio non sia il sentimento originario. Le esistenze dei protagonisti si reggono su di un’architettura impastata di rancore. Il fortissimo amore che li ha uniti è sempre immerso in questa fondamentale struttura mostruosa. L’esplodere della felicità è bilanciato soltanto dalla sua violenta interruzione.

E proprio il “mostro” che alberga dentro il Geco, personaggio centrale nella storia, da la cifra di questo sofferto equilibrio. “L’Aspromonte pasce la gente a odio e amore” dice infatti la Ninfa riferendosi a lui. E quando il mostro prende il sopravvento su di lui, si ritrova felice dopo aver ucciso. La sua anima, come quella di tutti i protagonisti, è divisa in due. Bene e male si combinano nella loro forma più estrema.

Estreme sono le sofferenze a cui la Calabria (e non solo) costringe i suoi figli, benché sia una sorta di paradiso in terra. Bellezza e dolore dipingono e macchiano un mondo violento. Eppure questo stesso mondo è carico di gioie, affetti e sentimenti. Un romanticismo di seta e pistole.