Zuckerberg punta alla comunità globale

In un manifesto la proposta per costruire un mondo migliore. Guidato dal fondatore di Facebook

Mark Zuckerberg non sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. O almeno così dovrebbe essere, fino a nuovo ordine. Più che un capo di governo (quale politico può vantare un simile consenso?), è un leader religioso. Facebook, la sua creatura dalla quale percepisce uno stipendio simbolico di 1 dollaro all’anno, ha un esercito di adepti che sfiora il miliardo e 700mila persone. Quasi mezzo miliardo in più dei cattolici battezzati nel mondo, stando all’ultimo censimento ufficiale. E il traguardo è stato raggiunto in appena dieci anni, contro i due millenni impiegati dalla Chiesa.
Allora cos’altro potrebbe desiderare un uomo giovane e idolatrato che, a dispetto della misera retribuzione annua, è pur sempre il quinto uomo più ricco sulla faccia della terra? L’ultima idea è quella di “costruire una comunità globale”. Lo ha annunciato in una (lunghissima) lettera che è il manifesto (politico) del Ceo di Facebook, che da par suo si è affrettato a smentire ogni possibile riferimento a un’imminente candidatura alla Casa Bianca. La ricetta per una società più giusta, dunque, passa per la costruzione di “un’infrastruttura sociale che duri nel tempo, necessaria per unire l’umanità”. Tutti sono chiamati a collaborare per realizzare l’ambizioso programma: “Diffondere prosperità e libertà, promuovere il dialogo e la pace, far uscire le persone dalla povertà e accelerare il progresso scientifico”. Per farlo, è necessaria una risposta di tipo globale per “porre fine al terrorismo, combattere il cambiamento climatico e prevenire future pandemie”. Il progresso, insomma, chiede che “l’umanità confluisca non solo in città e nazioni, ma che si riunisca anche in quanto comunità globale”.
Secondo Zuckerberg, e come potrebbe essere altrimenti, Facebook può e deve giocare un ruolo decisivo per costruire questa comunità globale. L’obiettivo è quello di sviluppare un’infrastruttura sociale “per garantire la sicurezza, per informarci, per promuovere l’impegno civile e per l’inclusione”. Tutto sotto il marchio di garanzia del genio di White Plains. Che tra gli altri interessi, oltre a quello dimostrato nei confronti del benessere dell’umanità intera, vanta anche una speciale devozione verso l’intelligenza artificiale (Jarvis), la realtà virtuale (Oculus), la condivisione di foto e video (Instagram), l’utilizzo di droni per portare internet ovunque (Aquila). Per non parlare della messaggistica mirata: appena si è reso conto, prima degli altri, che gli utenti iniziavano a prediligere una forma di comunicazione più personale, ha acquistato per 19 miliardi di dollari la microimpresa fondata da un ucraino nella Silicon Valley (WhatsApp).
Quando è nato Facebook, e accanto ad esso hanno iniziato a operare i colossi della Rete, sembrava essersi concretizzato il miraggio della gratuità. Poi, in nome dell’innovazione e del progresso, social network e motori di ricerca hanno spalancato le porte alla pubblicità. Da quel momento, nessuno è più stato titolare della propria vita. Date di nascita, preferenze negli acquisti, orientamenti sessuali. Tutto è finito nel vortice dell’economia digitale che oltrepassa i confini nazionali e sottrae alla giustizia i padroni del vapore. Adesso Zuckerberg lancia la panacea ai problemi del mondo. Il copyright è già noto. Ma se la comunità globale sarà costruita sulle macerie lasciate dietro di sé da quella virtuale, non è ancora dato saperlo.

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