Un retrogusto amaro

Venerdì 6 maggio erano tante le persone scese in piazza per aderire allo sciopero generale proclamato dalla CGIL in contrapposizione alla politica economica del Governo, alle sue strategie per lavoro, fisco e impresa. Tante persone, ma il successo dell’iniziativa è tutto da verificare. Non per i numeri (pure contestati da qualcuno), ma per l’atmosfera.

Nonostante i canti, le proteste e il coinvolgimento sincero, la manifestazione nel suo complesso lasciava l’amaro in bocca. La sensazione era quella dell’inefficacia e della residualità. Intendiamoci bene: i motivi della protesta non mancano e sono ampiamente condivisibili. Ma questo non ci esime dal proporre un punto di vista critico.

Una grande parte della società è presa dallo sgomento. Sente di scivolare verso il basso, come su un piano inclinato. Le condizioni dei lavoratori peggiorano, il sistema delle garanzie sociali diviene asfittico, la vita si fa più cupa. Una situazione difficile, che porta a reazioni forti, talvolta al confine tra esasperazione e disperazione, ma spesso più prossime alla depressione. È un malessere collettivo, diffuso. Una sorta di sostituto nevrotico del conflitto di classe.

Nella nostra società i desideri dei poveri coincidono con quelli dei ricchi. L’orizzonte dei bisogni è omologato nell’idea che il miglioramento si esaurisca nell’aumento dei consumi. La prospettiva del progresso è come eclissata. Anche i diritti sono stati inseriti nelle dinamiche di mercato. La sicurezza e la stabilità della vita risultano monetizzati. I lavoratori, subalterni a questa logica capitalistica, finiscono inevitabilmente per perderci qualcosa di essenziale per la loro vita. La voglia di giustizia rimane delusa. Si fanno avanti lo sconforto, il risentimento, il senso di isolamento, la rabbia e l’insicurezza.

Gli strumenti di lotta dei lavoratori finiscono per essere inadeguati. Sono cambiati i terreni del confronto, gli obiettivi della produzione, le motivazioni dell’impresa, il senso del lavoro. I sindacati ne parlano poco, si concentrano sul numero degli occupati, sul livello salari, sulla cassa integrazione. Sono cose che servono, ma il discorso rimane come avviluppato su se stesso, costruito su categorie che si allontanano dal contesto reale. Per questo aumentano il lamento collettivo, la frustrazione generazionale, la convinzione che ascoltare i propri desideri o pretendere dei diritti sia una battaglia persa in partenza. Per questo un giorno di lotta dà la sensazione di essere poca cosa.

Ci vorrebbe una presenza più continua, articolata e solidale. Tutti i lavoratori hanno un tratto comune. Sanno che rappresentano un “di più” non necessario all’economia globalizzata. Ridotto a componente economica, a mercato tra i mercati, il lavoro non contribuisce più a definire le identità, non stabilisce i ruoli all’interno della società. I lavoratori non si riconoscono più come soggetti attivi, non credono più di essere la forza in grado di cambiare le condizioni del presente.

La crisi economica in cui versiamo si è gravemente inasprita nell’ultimo decennio, ma il dibattito che l’accompagna non ci fa capire le distorsioni di fondo. Il lavoro ci rende schiavi. La struttura socio-economica costringe a cercare incessantemente il guadagno per poter sopravvivere in un’economia che ci stritola alzando il livello dei bisogni. Sono rovesciati i termini tra mezzi e fini. Da mezzo per produrre la pienezza della vita umana, il lavoro ne è diventato lo scopo, riducendo la persona a ingranaggio di una macchina che lo sovrasta. Una macchina dispendiosa, che assorbe tutto, che toglie risorse al welfare, ai diritti, al futuro. È una situazione che sarebbe già dura da affrontare e correggere. Figuriamoci poi se non ci si prova nemmeno.

Le condizioni della società non sono dettate dal caso. Esistono forze reali che le determinano. Per questo le sole proteste non bastano. Ripristinare la giustizia in questo modo è pura utopia. Non basta urlare le proprie ragioni, occorre essere capaci di “avere ragione”, di veicolare contenuti oggettivi, che hanno una rispondenza con la realtà perché permettono di leggerla e di interpretarla, di muovercisi dentro.

Occorrerebbe agire con consapevolezza. Ma in questa direzione si vedono pochi sforzi, quando invece sarebbe necessario ricominciare da capo, ripartire dai concetti chiave. Per restituire senso e dignità al lavoro dovremmo ritrovare il vero significato della crescita, del reddito, del welfare; della moneta, del debito…

Occorre abbandonare le retoriche “lavoriste” e ricominciando dall’uomo, dai suoi bisogni, dalle sue aspirazioni. Il lavoro ci rende felici o serve per renderci metodici consumatori? Per chi e per cosa lavoriamo davvero? La divisione che facciamo tra lavoro e tempo libero è davvero sensata? Quale è il legame tra rapporti umani e rapporti di lavoro?

Proviamo a rispondere a queste domande. Le abbiamo messe da parte perché parevano scontate, ma non lo sono affatto. Il retrogusto amaro della manifestazione di venerdì allora, apparirà forse più chiaro al lettore. Non si tratta di criticare i pochi che tentano di fare qualcosa. Il punto è che ci sarebbe bisogno di portare lo sguardo più in là. Guardando alla realtà senza ipocrisie, ci accorgiamo però di essere messi piuttosto male.

 

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