Nell’ora della debolezza, quando tutto crolla, riscopriamo la vera natura del nostro io

Amatrice, Accumoli, nel cuore di una regione colpita nel cuore. Il Lazio, e soprattutto la diocesi di Rieti, piange un grandissimo tributo di perdite umane per il violento sisma della settimana scorsa. Anche le Marche hanno pagato un caro prezzo, tra Arquata e Pescara del Tronto.

Ormai siamo bersagliati da scenari apocalittici, con bollettini destinati sempre più ad aggravarsi ed immagini raccapriccianti al limite del… diritto di cronaca. La morte che sta devastando questo meraviglioso fazzoletto di terra che si interseca tra tre regioni sotto le sembianze di un terremoto, porta con sé qualcosa di forse ancora peggiore: l’abitudine alla sofferenza — ben rodata in questi mesi dal terrorismo, dalla guerra e dalle molte crisi dell’Occidente — può rischiare di non far più sentire alcun dolore al punto che quello che invece si è in parte sentito sono solo le solite chiacchiere di chi vorrebbe spiegare, accusare, analizzare e — proprio per questa strana abitudine a cosificare tutto — perdere l’occasione di stare in silenzio. Ma, grazie a Dio, non prevale questo.

Per ritrovare un punto di vista autentico da cui guardare tutto si può però partire dalle lacrime della maestra della scuola elementare di Amatrice davanti all’edificio dove insegna e che adesso giace a terra sventrato, distrutto dalla furia della terra che trema. Oppure si possono ascoltare le tante voci di chi, da qualche ora, non ha più una casa, un negozio, un posto di lavoro. Tutte le nostre costruzioni sociali, che ben ci proteggono dalle domande ultime della vita, improvvisamente crollano e ci lasciano nudi davanti alla realtà. La vita, tutta la vita — dal terremoto al collega di lavoro, dalla morte di un amico a un matrimonio che non va come vorresti — ci denuda, ci spoglia delle infinite strutture e difese che non permettono alle cose di incontrarci e di disturbarci. Organizziamo ogni cosa sapientemente, con l’obiettivo di essere tranquilli e lasciati in pace. Ma poi la terra trema, l’esistenza trema. E tutto si fa più drammatico: «dove dormirò stasera?», «che ne sarà di me, dei miei sogni e dei miei progetti?». L’incalzare delle domande ci fa arrivare, se siamo davvero liberi, fino in fondo: «Chi sono io?», «Per che cosa è fatta la mia vita?», «Come si fa a vivere?».

Nell’ora della debolezza, quando tutto crolla, riscopriamo così la vera natura del nostro io. Il paradosso è che non ci sarebbe bisogno che le case si sbriciolino o che gli uomini muoiano per scoprirlo: basterebbe restare umani davanti a tutto e non illudersi di poter fare tutto da sé. L’esserci, il tendere una mano, l’aprire le porte delle proprie case agli sfollati, sono il segno di una strada possibile, reale per l’intero paese: la vita, infatti, la si riconquista solo dentro un rapporto, dentro un’amicizia. Ed è di questo che ha bisogno l’Italia, è questo l’unico vero sogno per cui si può ricostruire l’Europa. Il fatto drammatico è che questo dato, pur essendo così fortemente presente nella nostra quotidiana esperienza, sembra emergere solo quando tutto crolla, tutto finisce e la vita ritorna ad essere nuda, vera. C’è sempre il tentativo, umano, di incastonare un’immagine per rendere più visibile e concreto un evento che ci tocca nel cuore. In questo caso, più che alle scene di crolli o di dolore (come la suora ferita in ginocchio che rovista nel suo cellulare), si impone la bellezza, sì la bellezza, della lunga fila di gente negli ambulatori a donare il proprio sangue per chi ne ha bisogno. Non un correre confuso ed insensato, ma il rispondere ad una chiamata richiesta e necessaria Una rete solidale che avevamo già conosciuto per le sue caratteristiche di altruismo e generosità, è un volontariato moderno, che dimostra di sapere stare al passo con i tempi. E che proprio per questo rappresenta un capitale sociale di grandissimo valore in cui credere e su cui seriamente investire. Un movimento di persone che non ha la pretesa di essere l’antidoto ai terremoti. Ma che vigila e con pazienza, nella tragedia, ricuce i fili della fiducia. Perché davanti allo scatenarsi dell’imponderabile o si resta prigionieri della paura, oppure, con umiltà, con coscienza dalla propria finitezza e con un grande amore per la realtà e per la vita, si ricomincia a vivere e a guardare al futuro.

È evidente però che non si può “far fronte” a tutto. Chi pretende questo finirà incattivito contro il destino e contro Dio, come nel film Katyn, dove una donna macerata dal dolore finisce per trasformare in pretesa la propria domanda di giustizia, consegnandosi così (come vuole il potere) alla disperazione. Noi siamo poveri e impotenti, e nulla è veramente nostro, se non quello che ci è stato donato e perciò può esserci tolto. Allora o diventiamo più cattivi o riconosciamo che c’è un Mistero dal quale dipende ogni nostro respiro, ivi incluso l’amore per i nostri figli o la morte sotto le macerie di una casa crollata. Ma quale cuore umano potrebbe restare a lungo di fronte a fatti così sgomentanti senza cedere alla rabbia, alla smania di fare, allo scandalo di fronte alle inevitabili inadempienze? Ci vuole una grande “fortuna”: quella di aver potuto incontrare, vedere, toccare la risposta al grido di questo cuore. Perché il cuore è quella cosa che, in noi, si ribella alla sentenza annunciata che ci vuole destinati al nulla. Un uomo rispose a questo grido: Gesù, Gesù di Nazareth. Per questo, e non significa essere bigotti o creduloni, ma uomini veri, per stare di fronte allo sgomento di un terremoto, e continuare a domandare, è necessario aver conosciuto quell’uomo che alla povera vedova cui era morto l’unico figlio disse: «Donna, non piangere».

Da duemila anni, grazie alla Chiesa, l’uomo può fare esperienza di quell’amore, di quelle parole piene di infinita pietà. Finito il tempo dell’emergenza, la sfida, di fronte a persone così colpite dalla disgrazia, sarà questa: portare quell’amore e quella pietà, affinché il carico del dolore, delle morti premature, degli affetti spezzati non finisca avvolto dalla nebbia dell’assurdità. E ci dà una prova tangibile e forte il Vescovo della Diocesi di Rieti, Mons. Domenico Pompili con le sue parole calde e rassicuranti: «Adesso è fondamentale la vicinanza fisica alle persone ma, come sempre avviene in questi casi, bisogna essere presenti nel medio e lungo periodo. Non basta esserlo nell’immediato. La fase del lutto va accompagnata. E noi, come Chiesa locale, ci saremo». Una compagnia stabile per poi pensare alla ricostruzione. Oltre il dolore, che non si cancella, ma lo si affronta. Insieme.

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