Mons. Pompili su don Minozzi: «unico spazio di umanità dentro uno scenario tragico»

«Le cose ci bloccano, ci appesantiscono, ci immobilizzano! Che strano. Sembra il contrario. Più si ha più si è liberi. Più si accumula più si diventa. Ma, a ben guardare, le cose si impadroniscono del nostro cuore. Prima che della nostra libertà. E accade che viene meno perfino la voglia di vivere. Non è forse la noia e una certa accidia, che è una forma raffinata di stanchezza, a prevalere oggi? Allora si comprendono le parole di Gesù: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno di Dio”».

È stata la lettura dell’episodio evangelico del giovane ricco («anche se il testo di Marco non autorizza a precisare l’età») a guidare la riflessione del vescovo Domenico durante la Messa in occasione dell’annuale commemorazione del servo di Dio Padre Giovanni Minozzi.

«Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri – dice il Maestro – poi vieni e seguimi». Ma il ricco «se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni». Eppure, «per quanti tentativi di accomodamento siano stati escogitati, non si sfugge alla logica serrata del ragionamento di Gesù. L’avere e basta – ha spiegato il vescovo – impedisce di arrivare a Dio, cioè di sentire la vita. Bisogna sottrarsi alla presa del possedere se si vuol respirare a pieni polmoni. Diversamente si assegna la fiducia a quello che si ha e si finisce per diventarne schiavi».

Don Minozzi, nato a Petra in una famiglia numerosa «era povero di cose, ma si rivelò subito ricco di una straordinaria energia. Colpisce il suo volto e la sua fronte spaziosa, per quanto incorniciata da capelli fluenti e ribelli. E si capisce che a differenza del personaggio del Vangelo lui non se ne è andato triste perché ha lasciato sin da ragazzo il piccolo paese e si è messo dietro al Maestro. E così la sua vita ha acquistato ritmo, consistenza, valore».

Guardando al centenario della I guerra mondiale, mons. Pompili ha ricordato che Don Minozzi fu «protagonista tra i cappellani militari» durante un «conflitto totale, di logoramento, grande distruttore di uomini, ma anche grande suscitatore di energie, così diverso dal mito glorioso della guerra risorgimentale vissuto dai padri». Il sacerdote «fu il protagonista delle ‘case del soldato al fronte’, sia prima che dopo Caporetto. Fu l’unico spazio di umanità dentro uno scenario tragico nel quale erano costretti giovani per lo più incolti provenienti dalle zone più depresse del neonato Stato nazionale. Le ‘bibliotechine’, una serie di improvvisate capanne, divennero l’occasione per un momento disteso nell’attesa della morte certa e costituirono l’unico modo per incoraggiare e motivare le truppe esauste e depresse dall’assurdo della guerra. Don Minozzi si rese subito conto, ancor prima che si passasse dal maggio radioso della dichiarazione di guerra al funereo autunno del 1915, che i soldati non avrebbero retto ai rigori invernali e si mobilitò per sostenerli: con la preghiera, con lo sbrigare la posta, con il sostenerli psicologicamente, con l’alimentare un minimo di interesse culturale in ambienti analfabeti. Fu l’unica iniziativa in tutto il tragico conflitto bellico che andasse verso una qualche umanizzazione del conflitto».

«La preghiera del giovane Salomone, di cui ci parla la prima pagina, si chiude con a sorpresa: “Insieme a lei (la sapienza) mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile”. Anche per don Minozzi – ha concluso il vescovo – si è realizzata questa promessa. Dopo di lui tanti e tanti hanno beneficiato della sua sapienza. E altri ancora ne beneficeranno. Si realizza così la parola del Vangelo : “Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorella o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto”».

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