La Farmacia Petrini lascia via Roma. C’è da stupirsi?

La notizia del prossimo trasloco della Farmacia Petrini da via Roma all’area di piazza Cavour non ci sorprende, ma certo ci rammarica profondamente.

È un ulteriore, tangibile segno dell’inerzia, dell’incuria, del torpore che caratterizzano in negativo la nostra città, aspirante forse a candidarsi al rango di capoluogo dei Lotofagi di omerica memoria.

Già da decenni, rimaneva ben poco dell’arredo neoclassico ideato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen, figlio di un maestro d’ascia islandese, giunto in Italia al tramonto del XVIII secolo grazie ad una borsa di studio conferitagli grazie alla protezione del conte Christian Frederik Reventlow, ministro della Corona.

Il soggiorno in Italia portò l’artista a contatto con la Rieti ed i reatini di allora: tra questi il conte poeta Angelo Maria Ricci, per cui realizzò il cenotafio dell’amata moglie Isabella Alfani, custodito presso la chiesa di San Giovenale, e i farmacisti Petrini, da poco approdati dalle natie Marche al tratto meridionale di via Roma.

Per secoli, proprio l’antico cardo dell’epoca romana che s’inerpica sulla sommità del viadotto di collegamento dall’area del ponte e del porto piano fino alla piazza principale ha costituito il nucleo vitale dei traffici e degli scambi di mercato.

Già gli Statuti civici, tra medioevo e prima età moderna, provvedevano a regolamentare l’attività commerciale in via di Ponte, dove venivano esposte e messe in vendita le più svariate mercanzie sotto i porticati dei fondaci dalle solide impannate di legno che fungevano da primitiva vetrina.

I sotterranei di casa Sciarra conservano pressoché integra una popina d’epoca romana, antenata dei più moderni fast food, con il suo bancone dai comodi contenitori murati utili a conservare olive, carrube, fichi secchi e granaglie varie, le olle e le anfore per il vino da offrire agli avventori.

Almeno in un caso, al civico 56, un negozio di abbigliamento alla moda ha conservato la mostra in marmo della preesistente macelleria, evocata dalle protomi taurine scolpite non senza eleganza a bassorilievo all’incirca un secolo fa.

Più misera è stata la fine di quell’autentico mausoleo del maiale che fu la bottega dei norcini Schifani, dal ricco bancone di marmo pregiato davanti al quale volentieri si faceva la fila per essere serviti di tutto punto dei migliori salumi della tradizione reatina, così come della pregiata drogheria Riz à Porta, dagli stigli in legno pregiato che sprigionavano gli aromi più esotici e intensi della svariata mercanzia: nei muri e negli stigli degli attuali negozi non c’è più traccia, non c’è più memoria quelle che furono autentiche eccellenze.

Sarebbe però ingeneroso attribuire la responsabilità di questa collettiva damnatio memoriae esclusivamente ai figli, agli eredi, ai nuovi gestori delle botteghe di un tempo, se manca la sensibilità e la cultura della valorizzazione di quanto ci viene consegnato dal passato, indispensabile almeno a farne attrattore turistico, se non siamo in grado di coglierne appieno il valore di testimonianza sociostorica.

Il Comune di Firenze promuove un percorso tra le Farmacie storiche della città, da Santa aria Novella al Canto alle Rondini, da Santo Spirito all’Annunziata.

La Farmacia Mazzolini Giuseppucci a Fabriano è posta sotto la tutela MIBAC.

Noi a Rieti ci stupiamo se gli scavi dei PLUS restituiscono traccia di un passato neppure troppo ingombrante, per una città antica di tre millenni.

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