Il ministero della Consolazione: come “consolare” i sofferenti e i malati / 5

Gesù non misura la sua fatica.

In questo contesto di “commensalità” e di “familiarità”che si instaura tra Gesù, Pietro e Andrea, si svolge quella che appare essere la “visita domiciliare” alla suocera di Pietro.

Rubando un po della vostra esperienza, posso anch’io sapere cosa succede al medico, al sacerdote, al diacono, al volontario, al ministro della comunione, appena entrato nella casa di un ammalato: tutti gli parlano di lui, del suo male, delle sue sofferenze, del tempo dell’attesa, della speranza che si ristabilisca presto, delle cose che un tempo faceva e che ora lo attendono. Possiamo immaginare che sia stato così anche nella casa di Cafarnao. La suocera di Pietro, probabilmente, come spesso accadeva nelle famiglie della Palestina ai tempi di Gesù, si occupava delle faccende domestiche e preparava i pasti per i pescatori che tornavano dal loro lavoro. Ma ora non è più così: la donna sta nella sua stanza, coricata, in preda alla febbre, e la casa non risuona più della sua voce, il fuoco è spento, il pane e i pesci non cuociono più.

Quante cose Gesù avrà avuto da dire a Simone e ad Andrea, quante confidenze da ascoltare, quante domande a cui rispondere! La giornata era stata intensa: nella sinagoga aveva insegnato e scacciato uno “spirito immondo”, e la folla si era accalcata intorno a lui. Gesù dunque verosimilmente doveva essere stanco e avrebbe voluto sedersi in compagnia dei suoi amici pescatori. Ma non può restare indifferente di fronte ha una donna che soffre. Lui non calcola, non misura la sua fatica, non si risparmia, non pensa alla convenienza, o alla carriera.

Così è anche per voi, medici, operatori sanitari, sacerdoti, diaconi, volontari, ministri della comunione. C’è sempre un’energia ancora da spendere, anche quando siete arrivati a sera e il peso della giornata grava sulle vostre spalle. Lo sapete: è il quotidiano vissuto per qualcosa di più grande di noi; la santità – non temo questa parola (o i commenti severi dei grandi teologi della nostra Diocesi) che spesso si preferisce tacere, mentre ci fa respirare da uomini e non solo da cristiani a pieni polmoni, perché dice perfezione dell’amore e coerenza con gli ideali più alti del vivere – è il quotidiano vissuto secondo le esigenze dell’amore pieno, lasciandoci ispirare dal comportamento di Gesù stesso.

Parlo ora con estrema semplicità ma ancor più con quella fede che sa fare bella e grandiosa ogni nostra giornata, anche nei suoi gesti più piccoli: seguire il Signore Gesù, nel senso non solo di imitare dall’esterno ma di rivivere e di condividere nel cuore il suo comportamento, è dono e compito di ogni suo discepolo, e dunque è un’istanza propria del cristiano, ma che lo Spirito di Dio può accendere in ogni persona aperta e disponibile. è in questa prospettiva ampia che vorrei così esprimermi: se quando ci accade di dire «basta», «per oggi è troppo», «non c’è più posto per questo», provassimo davvero a pensare che cosa farebbe Gesù se fosse qui al nostro posto, la sera a casa nostra, in parrocchia, quando squilla di nuovo il telefono, la notte in reparto quando ci cercano e noi stiamo per smontare dal turno di guardia, non ci sentiremo più chiamati a diventare patetiche «vittime del nostro lavoro» ma autentici «santi della carità professionale o vocazionale», cioè uomini e donne (cristiani) che sanno offrire la loro vita perché l’amore stesso di Dio si manifesti nel mondo attraverso l’opera della cura dei malati cui essi sono chiamati, per vocazione, e dare forma umana concreta.

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