I reatini e le case chiuse a 60 anni dalla Legge Merlin

Provando a indagare sul tema della prostituzione e delle case chiuse, a 60 anni dall'approvazione della Legge Merlin, emergono posizioni differenti tra le generazioni. Ma a discutere non sono solo nonne e nipoti: il dibattito continua ad attraversare tutta la società

«Questo Paese di viriloni che passan per gli uomini più dotati del mondo e poi non riescono a conquistare una donna da soli»: le parole sono della senatrice socialista e madre costituente Lina Merlin, che diede il nome alla Legge n. 75 del 20 febbraio 1958.

La norma abolì la regolamentazione della prostituzione e introdusse i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento. Con l’entrata in vigore della Legge vennero chiuse centinaia di case di tolleranza, che ospitavano migliaia di prostitute. Ma a 60 anni dall’approvazione in Parlamento, il provvedimento pare conosciuto più per ciò che tolse agli uomini che per i benefici che portò alle donne. E fa ancora discutere, al punto che di recente è tornata tra gli argomenti delle campagne elettorali.

Viene allora la curiosità di ascoltare chi, per ragioni d’anagrafe, ha vissuto direttamente quei momenti. Sono molti i reatini che ricordano l’entrata in vigore della legge e la chiusura della principale casa di tolleranza della città: si trovava nei pressi dell’attuale Biblioteca Paroniana, ma non è escluso che ce ne fossero altre più celate e meno note. Poco importa: ciò che colpisce è che tra i testimoni del tempo non sono pochi quelli che tornerebbero indietro.

Ad esempio la signora Maria, che allora abitava in via San Liberatore. Pur non avendo una buona opinione sui clienti, si dice in disaccordo con la Legge Merlin, perché «queste donne venivano visitate periodicamente dai medici e quindi gli uomini non prendevano nessuna malattia. Con la chiusura di queste case, le donne sono state costrette a stare in mezzo alla strada e a cercare dei posti “nascosti”. Girava voce di una certa “Piscinetta”, ma non ne so molto».

Anche la signora Laura, che all’epoca abitava in via Pellicceria, la pensa allo stesso modo. Ricorda la casa di appuntamenti in vicolo sdrucciolo, «di colore rosso», preceduta da un’altra in via Sant’Anna. «Penso che il lavoro da prostituta sia il più umiliante che possa esistere», ci dice, ma sempre nella convinzione che i lupanari offrivano alle prostitute un minimo di protezione dai balordi e qualche garanzia di igiene in più.

Un punto di vista maschile lo offre il signor Gabriele: trasferitosi a Rieti da giovanotto, abitava in via Domenico Petrini. Anche lui condivide l’idea che la Legge non abbia risolto il problema della prostituzione, e alle considerazioni igieniche aggiunge che tornare alla regolamentazione garantirebbe, grazie alle tasse, anche qualche risorsa in più per lo Stato. Per Gabriele l’entrata in vigore della Legge è stata una conquista «solamente politica, della democrazia cristiana», e non per le donne che «prima potevano stare protette all’interno di una casa, con tutte le comodità, e adesso invece vengono sfruttate, picchiate, violentate e derubate in mezzo a una strada da chiunque».

Ascoltare queste posizioni ancora oggi, fa capire quanto fu difficile giungere all’approvazione di una legge in favore di una categoria debole, sfruttata, messa al margine. Ci vollero infatti dieci anni per approvarla, con la Merlin costretta a lottare anche contro alcuni suoi colleghi di partito. Ma la senatrice tenne duro e alla fine vinse una battaglia che ha seminato nelle ragazze di oggi una consapevolezza assai diversa da quella delle proprie nonne.

«Tornare indietro sulla legge Merlin – dice Giada – vorrebbe dire rafforzare la cultura dello sfruttamento del corpo delle donne, e la reintroduzione delle case a luci rosse non garantirebbe in alcun modo la fine degli abusi e della strada».

«Quella dei controlli sanitari – aggiunge scandalizzata Sabrina – è una cosa a dir poco offensiva. C’è dietro l’idea di trattare le donne come gli animali di un allevamento, dove va il veterinario. E poi che si vorrebbe fare? Reintrodurre i tariffari, i listini prezzi, come dal parrucchiere o dal macellaio? Che considerazione della donna hanno queste persone?».

Qui va detto che quello dei controlli sanitari sulle prostitute è poco più di un mito. È vero che la legge in vigore fino ad allora prevedeva che venissero eseguiti periodicamente, ma in realtà le visite erano sporadiche e soggette a pressioni di ogni genere da parte dei tenutari, che temevano di vedersi ritirata la licenza per la gestione dell’attività.

Chi oggi propone l’idea di riaprire le case chiuse, insomma, sembra fare più appello all’emotività dell’opinione pubblica che a ragioni fondate. La legge Merlin andrebbe piuttosto aggiornata alla luce del nuovo contesto sociale, ma sempre nella stessa direzione di tutela delle persone, in particolare delle donne. Il testo non vieta la prostituzione in sé, volontaria e compiuta da donne e uomini maggiorenni e non sfruttati, considerandola una inviolabile libertà personale, una parte delle scelte individuali garantite dalla Costituzione. Punisce però chi la favorisce e la sfrutta. E il passo in avanti, oggi, potrebbe essere quello di introdurre sanzioni non solo verso i trafficanti, ma anche verso i clienti delle prostitute, perché con il loro comportamento sfruttano la vulnerabilità delle persone che si prostituiscono.

Una posizione condivisa, tra le altre, da realtà e movimenti come Agesci, Azione Cattolica, Cisl, Forum Famiglie e Rinnovamento dello Spirito. Insieme alla Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata nel 1968 da don Oreste Benzi, promuovono una campagna di liberazione per le vittime della tratta e della prostituzione chiamata Questo è il mio Corpo, al centro della quale c’è l’idea che si può ridurre sensibilmente il fenomeno proprio colpendo la domanda e multando i clienti delle prostitute.

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