Gli scavi rivelano l’antica «Reate»

Pubblicato il volumetto sui lavori effettuati nella necropoli di Campo Reatino, rinvenuta in un terreno della diocesi.

Una giornata di studi del Rotary sulle ricerche che hanno portato alla luce importanti testimonianze e interessanti reperti di era protostorica

A cinque anni dall’avvio della campagna di scavo sistematico della necropoli protostorica di Campo Reatino in un terreno di proprietà della diocesi liberalmente messo a disposizione da monsignor Delio Lucarelli, al tempo vescovo di Rieti, a tre anni dall’importante giornata di studi promossa nell’aprile 2013 dall’Università romana La Sapienza in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica del Lazio e dell’Etruria meridionale, sabato 9 aprile è stato presentato al pubblico l’agile volumetto dal titolo L’area funeraria di Campo Reatino Rieti – Comunità antiche della palude velina, pubblicato a cura di Monica De Simone, direttore del Museo Civico, e di Carlo Virili, direttore delle campagne di scavo, e grazie a una cordata di enti pubblici e privati, con l’intento di coniugare rigore scientifico ed efficacia della divulgazione.

L’occasione, sostenuta come già il convegno del 2013 dal Rotary Club reatino, è stata particolarmente apprezzata dai numerosi studenti che, insieme con tantissimi cittadini, nel corso degli anni hanno visitato l’area interessata agli scavi approfittando degli incontri animati con passione ed intelligenza dal professor Virili, sempre aperto e ben disposto ad illustrare i caratteri topografici ed idrogeologici del territorio, a mostrare i materiali di scavo e i resti dei nostri arcaici progenitori che in questo sito trovarono sepoltura per più di un millennio, dall’età protostorica fino alla tarda età romana,volentieri ricapitolando le fasi che per quasi un secolo hanno segnato la storia delle ricerche, fin dal rinvenimento casuale dell’urna cineraria a capanna, da parte di un mezzadro al servizio della parrocchia di San Giovanni in Statua, avvenuto nel 1928, ai primi studi compiuti con brillanti intuizioni da Giacomo Caprioli, in serrata polemica con l’illustre professor Eugenio Dupré Theseider.

Tre sono state nel corso di questi novant’anni le campagne sistematiche di scavo: la prima, di ricognizione, condotta nel 1937 dalla Soprintendenza alle Antichità; la seconda, nel 1981, a cura dell’archeologo Giorgio Filippi, a cui si deve l’individuazione di una sepoltura integra risalente alla prima età del ferro, quando ancora i nostri avi erano inceneritori; la terza dal 2011 ad oggi. Nel corso delle successive campagne di scavo la necropoli protostorica ha svelato molti dei suoi segreti, confermando l’ipotesi di una persistenza – o meglio, di una ripresa – dell’utilizzo cemeteriale dall’età arcaica fino al III secolo d.C. È singolare la constatazione che l’area abbia mantenuto la sua vocazione cemeteriale a distanza di secoli, dopo l’abbandono della necropoli protostorica conseguente al progressivo impaludamento e all’ampliamento del bacino del lacus Velinus e, di nuovo, con la necropoli di età romana successiva alla bonifica che le fonti storiche e letterarie attribuiscono all’intervento del console Manio Curio Dentato.

Gli oggetti di produzione sabina che sono parte integrante dei corredi funerari – i rasoi, le ceramiche buccheroidi, i manufatti in bronzo destinati all’abbigliamento, alla caccia, alla guerra – così come i materiali fittili e litici delle sepolture – le fosse a gradoni, le cassette litiche, i laterizi usati come copertura delle tombe a cappuccina – consentono interessanti raffronti con i manufatti di produzione etrusca, greca, latina, evidenziando corrispondenze, contiguità, rapporti commerciali di sicura rilevanza. I resti ossei restituiti dalle più recenti sepolture a cappuccina dovranno essere sottoposti a una serie sistematica di indagini di carattere antropologico, dalle quali si attendono risultati utili a comprendere quali fossero gli stili di vita, l’alimentazione, le attività lavorative praticate da questi nostri antenati, di cui cominciamo a conoscere le ritualità della sepoltura mediante le quali i vivi si congedavano dai loro cari in una visione arcaica ma non per questo meno consapevole del mistero della morte, nella confidente intuizione di un’eternità simboleggiata dalla circolarità delle danze rituali intrecciate sulla sepoltura.

Foto di Massimo Renzi

Lazio Sette (Rieti) 17 aprile 2016

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