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Fukushima dieci anni dopo è ancora «in trappola»

Oggi il Giappone piange le 19mila vittime della tragedia provocata dal sisma e dal successivo tsunami. I testimoni raccontano di sentirsi ancora abbandonati

«I morti sono morti. Riposino in pace. Io sono preoccupato – e indignato – per come vengono trattati i vivi. Siamo sopravvissuti al terremoto, allo tsunami. Ma siamo stati di fatto condannati a morte dal grande inganno nucleare». Non fa più il sindaco, Katsunobu Sakurai, 64 anni, l’uomo che nei giorni immediatamente successivi alla tripla catastrofe che, l’11 marzo 2011, colpì il Giappone ed in particolare la sua città, Minamisoma – 400 morti, oltre un migliaio di dispersi – si inventò uno storico, e per il Giappone inusuale, appello su You Tube. Una piccola parte di quelle 19mila vittime (2.525 sono ancora disperse) del catastrofico evento di dieci anni fa in tutto il Giappone.

L'impianto di Fukushima dove si scatenò l'esplosione atomica

L’impianto di Fukushima dove si scatenò l’esplosione atomica – Reuters

«Ci hanno abbandonato – disse – siamo isolati, senza cibo, senza acqua, senza assistenza. La gente muore, nessuno viene ad aiutarci. E non sappiamo cosa sta succedendo davvero alla centrale. Chiedo alla stampa di venire, di denunciare questa situazione. E se quella nazionale non può o non vuole, che venga quella straniera». Questo, all’epoca, il suo drammatico appello. E ieri, nel corso di una affollata – per quanto consentano le circostanze – conferenza stampa lo ha ricordato, mentre rovesciava pesanti bordate contro il governo, contro la Tepco (la società che gestisce le centrali nucleari di Fukushima e altre sparse nel Paese) e contro i media nazionali, colpevoli di ricordare solo le vittime dello tsunami e non anche l’emergenza nucleare, ancora in corso. Non voglio essere frainteso, intendiamoci – spiega Sakurai – le quasi ventimila vittime dello tsunami, tra morti accertati e dispersi, sono un bilancio spaventoso, al quale dobbiamo pensare con grande rispetto. Ma la situazione in cui l’incidente nucleare, tuttora in corso, costringe a vivere migliaia di cittadini della cosiddetta ex zona proibita è davvero drammatica. E non parlo di danni fisici, dell’aumento del cancro alla tiroide, delle varie disfunzioni che per ora, come sostiene anche un recente rapporto delle Nazioni Unite, non sembrano essere rilevabili. Io parlo del danno sociale, della sofferenza dell’anima. Tra promesse non mantenute, ordini contraddittori, inaffidabilità dei dati di rilevamento e soprattutto ritardi nell’opera di decommissionamento dei reattori e di decontaminazione delle terre la gente non sa più che fare. Molti hanno deciso di non tornare più, altri sono tornati ma stanno già pensando di andarsene. Altri ancora, specie gli anziani, resistono un po’ e poi si suicidano. È mai possibile che sia questo il futuro che ci aspetta?».

La devastazione a Kamaishi city

La devastazione a Kamaishi city – Ansa

Sakurai non è uno scienziato, un fisico, un ingegnere. Come tutti i giapponesi, quando agli inizi degli anni ’60 il “villaggio nucleare”, su pressione americana, ha cominciato a promuovere l’energia «più pulita e sicura al mondo» e a costruire le centrali nel Paese a più alto rischio sismico del mondo era contento. Il nucleare portava nuovi posti di lavoro, energia a buon mercato, prosperità: «L’atomo illuminerà il nostro futuro» si leggeva all’entrata del villaggio di Futaba, tutt’ora deserto, una scritta rimasta beffardamente appesa tra due edifici semidistrutti fino all’anno scorso, e ora “sepolta”, pudicamente lontano dalla pubblica visione, in un museo dedicato al futuro “verde” della comunità. Qualche segnale, in effetti, c’è. Sulla statale che percorre la costa, aperta al transito ma dove senza permesso speciale non ci si può fermare, accanto alle serre abbandonate e alle case sbarrate da cancelli simbolici, si intravedono distese di pannelli fotovoltaici. Anche qui, c’è voluto un po’ di tempo: la legge non consente ai contadini di destinare per usi diversi dalla coltivazione i terreni agricoli.
Ci sono voluti anni per risolvere il problema e molti comuni non hanno ancora ottemperato alle nuove disposizioni. Ma il futuro è questo: piccole aziende che si autoproducono l’energia di cui hanno bisogno. Tra Namie e Futaba, due delle città il cui territorio è ancora off limits sorge la più grande fabbrica di idrogeno al mondo, già funzionante. A regime, utilizzerà l’energia solare per alimentare un elettrolizzatore da 10 Megawatt che a sua volta dovrebbe produrre fino a 200 tonnellate di idrogeno l’anno, sufficienti per alimentare l’intero, ambizioso piano nazionale per l’espansione dei trasporti pubblici e privati. L’ex premier Junichiro Koizumi, anche lui divenuto sostenitore del datsugenpatsu, l’uscita dal nucleare, è venuto qui, di recente, guidando la sua fiammante vettura a idrogeno da 50mila euro.

Una nave trasportata dalle onde nel centro di Kesennuma

Una nave trasportata dalle onde nel centro di Kesennuma – Ansa

Un futuro che Michio e Sachiko, una coppia di vecchi contadini ultraottantenni che hanno resistito a tutte le catastrofi di questi anni, e che vivono soli soletti in una casa a pochi metri dal mare, non vedono l’ora di vedere. «Siamo rimasti soli – dicono, offrendo delle enormi fragole che coltivano in una piccola, ordinatissima serra – non vediamo i nostri figli e i nostri nipoti da anni. Non ci perdonano il fatto di essere voluti restare qui. Ma se ce ne fossimo andati, saremmo morti di crepacuore. Invece siamo qui, stiamo bene. E non vediamo l’ora che ci installino questi nuovi pannelli solari. Così oltre che rispettare l’ambiente risparmiamo pure la bolletta. Una bella cosa, davvero». Un privilegio, essere qui, in questi giorni. In un raggio di pochi chilometri, c’è tutto il meglio, ed il peggio, del Giappone. La centrale di Fukushima, con i suoi sinistri reattori ancora fumanti, e Michio e Sachiko, capaci ancora di sorridere alla vita, che non vedono l’ora di installare i loro pannelli solari.
da avvenire.it

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