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Francesco e le donne: in uscita “Donne Chiesa Mondo” di gennaio

Esce oggi, come ogni mese, il supplemento "Donne Chiesa Mondo" de L'Osservatore Romano. Tra gli argomenti proposti, la "questione donna" dalle origini della Chiesa al pontificato di papa Francesco

Esce oggi, come ogni mese, il supplemento “Donne Chiesa Mondo” de L’Osservatore Romano. Tra gli argomenti proposti, la “questione donna” dalle origini della Chiesa al pontificato di papa Francesco che, ricorda Stefania Falasca nel suo articolo, all’indomani dell’inizio del suo ministero petrino, sorprese invitando due donne, due detenute, alla lavanda dei piedi del Giovedì Santo.

Molti i contributi contenuti nel numero di gennaio di “Donne Chiesa Mondo”, supplemento del quotidiano vaticano tutto dedicato questa volta al rapporto tra Papa Francesco e la questione femminile nella Chiesa. Tra le autrici dei diversi articoli teologhe, giornaliste, filosofe, religiose e laiche non solo cattoliche. “L’urgenza di superare una Chiesa monocolore”, è il titolo dell’articolo di Stefania Falasca, vaticanista ed editorialista di Avvenire, che apre il numero e che vi proponiamo integralmente:

Sul crinale della riforma della Chiesa nel secolo XVI, in anticipo sui tempi, Ignazio di Loyola si distinse come infaticabile apostolo delle donne. La fitta corrispondenza con l’universo femminile del suo tempo ne documenta la filigrana: quella di un’attenzione spirituale di direttore di coscienza sorprendentemente aperto, lungimirante e perspicace. E seppure, paradosso insolubile, impedì l’istituzione di un ordine di gesuitesse, la sua azione appare volta ad arruolare le donne al servizio dell’unica grande opera che gli sembra importante sulla terra: aiutare le anime, far progredire la Chiesa nella fedeltà a Cristo. Ed è difficile non rinvenire traccia di questo milieu di risonanza ignaziana anche nella personale e particolare attenzione mostrata verso la questione femminile dal gesuita papa Francesco.

Ma al di là della formazione personale, la sollecitudine con la quale papa Francesco, fin dalla sua elezione, si è dedicato alla questione delle donne, del loro ruolo e accesso alle responsabilità ecclesiali, evidenzia l’urgenza di affrontare una realtà che riguarda la visione della Chiesa stessa e investe la sua natura gerarchica e comunionale. È tale visione infatti che spinge il Papa a percepire il monocolore maschile come un difetto, uno squilibrio, una minorazione della Chiesa considerato che senza le donne essa risulta deficitaria nell’annuncio e nella testimonianza e che dunque compromette la sua missione. È infatti significativo che il Papa, già l’indomani dell’inizio del suo ministero petrino, abbia subito attirato l’attenzione con un gesto posto al cuore della liturgia della Settimana Santa, che sorprese e provocò, invitando due donne, due detenute, alla lavanda dei piedi che celebrava il Giovedì Santo. Un gesto rilevante consegnato alla Chiesa per esprimere e dispiegare il mistero pasquale nella carne del mondo ricongiungendo l’intera umanità. E subito dopo, con l’annuncio pasquale, celebrava la testimonianza resa dalle donne al Risorto, le prime testimoni, le prime chiamate ad annunciare la salvezza, protagoniste privilegiate della Pasqua. A più riprese ha poi fatto dichiarazioni che enumerano obiettivi affermando che «la Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo» e che «la donna per la Chiesa è imprescindibile»: «Accrescere gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa», «elaborare una teologia approfondita del femminile», introdurre le donne «là dove si esercita l’autorità dei diversi ambiti della Chiesa».

Riflessioni riprese nell’esortazione apostolica sulla missione Evangelii gaudium e reiterate in questi anni in numerosi interventi, talora a braccio, fino a quelli più recenti nei quali si fa esplicita l’eco di quella speranza che animava i padri del Concilio quando l’8 dicembre 1965, alla fine dei lavori, fu pubblicato da Paolo VI il “Messaggio alle donne”. A conferma che la preoccupazione e l’invito di Francesco s’iscrivono nella corrente diretta delle istanze nate in continuità con il Vaticano II non ancora attuate e che la “questione donna” nell’urgenza dell’attuale contesto ecclesiale ed ecclesiologico ha le sue radici nel vissuto della Chiesa già nel suo sorgere, dove la presenza delle donne favorisce l’apertura universalistica, sia nei momenti fondanti, originari, decisionali, in cui si tratta di accogliere tutta la forza propulsiva dello Spirito, sia in quelli del suo avvio concreto in cui occorre superare le pesantezze di schematismi consolidati e le ostilità connesse. Del resto nel Vangelo e negli Atti degli apostoli — come rileva il biblista Damiano Marzotto nel suo «Pietro e Maddalena. Il Vangelo corre a due voci», testo definito «bellissimo» da papa Francesco — le donne si presentano non solo come «il luogo dell’accoglienza e dell’ospitalità ma come luogo della libertà e dell’universalismo, capaci cioè di rigenerare, di ridonare quello slancio che spinge agli spazi universali e quindi di far progredire la via della salvezza. Tale dinamica si è compiuta di fatto, quindi si compie e può compiersi, solo in una piena sinergia di maschile e femminile».

Il documento finale del Sinodo sui giovani così afferma: «Una visione anche della Chiesa, fatta prevalentemente al maschile, non sta rispondendo al compito che Dio ha affidato all’umanità. In secondo luogo, è solo dalla reciprocità che può emergere una valorizzazione e una integrazione del maschile e del femminile». L’Evangelii gaudium non manca di ricordare anche che il sacerdozio ministeriale è uno dei mezzi che Gesù utilizza al servizio del suo popolo, ma che «la grande dignità viene dal Battesimo, che è accessibile a tutti» e che la presenza delle donne nelle strutture ed istanze che decidono oggi del futuro della Chiesa ricordano che il sacramento del battesimo non può essere superato. Si tratta quindi innanzitutto di riconoscere e metabolizzare che la questione non è superficialmente di pari opportunità perché non nasce dalla rivendicazione ma da una ricchezza da recuperare, quella di una Chiesa-comunione appunto. Che quello dell’Ordine, riservato agli uomini, non è il solo sacramento a garantire un’assistenza dello Spirito santo in fase di ascolto, di confronto e di decisioni. Che è piuttosto il Battesimo a compaginare un Corpo con diverse membra, la cui possibilità di movimento sorge solo dalla loro cooperazione e dalla reciprocità. In questa prospettiva si tratta quindi di superare logiche clericali nelle quali la presenza femminile negli organismi vigenti, nei vicariati, nelle curie, compresa la Curia romana, venga intesa come “concessione” alle donne e ridotta a presenza simbolica.

«Mi preoccupa il persistere nelle società di una certa mentalità maschilista, mi preoccupa che nella stessa Chiesa il servizio a cui ciascuno è chiamato, per le donne, si trasformi a volte in servitù» ha affermato più volte il Papa: «Io soffro, dico la verità, quando vedo nella Chiesa o in alcune organizzazioni, che il ruolo di servizio, che tutti noi abbiamo e dobbiamo avere, il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di servitù». Pertanto nella prospettiva aperta da Francesco se «la donna per la Chiesa è imprescindibile» ed è «necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva» questo presuppone che anche nella Chiesa certo maschilismo strisciante sia «sanato dal Vangelo» — come ha rilevato opportunamente anche nella sua Esortazione apostolica — e allo stesso tempo, sempre nell’ottica del Vangelo, sia sanato il clericalismo che risponde a logiche di potere inteso come dominio. Perché il clericalismo — che riduce la Chiesa a club privato di cui qualcuno, che non sia Cristo, pretende di averne le chiavi — unito a certo maschilismo, anziché valorizzare la novità evangelica che porta a costruire una chiesa di fratelli e sorelle, esalta le differenze in modo distorto e dal punto di vista dell’annuncio di fatto realizza una devianza tradendo l’identità della Chiesa, dato che la novità evangelica vede insieme uomini e donne chiamati al discepolato, all’annuncio, al servizio per trasmettere a pieno la ricchezza del messaggio evangelico.

La fattiva collaborazione tra donne e uomini nella Chiesa nella reciprocità e nel servizio è perciò la direzione indicata da papa Francesco nei suoi reiterati interventi riguardo alla questione femminile. Quel servizio fondamentale a cui tutti, uomini e donne, sono chiamati per far progredire la Chiesa nello spirito di Cristo. In questa direzione per il Papa è necessario «andare sempre più a fondo non solo nell’identità femminile, ma anche in quella maschile, per servire così meglio l’essere umano nel suo insieme» come ha affermato. Questo sguardo complessivo che mira al bene di tutti, uomini e donne, può mettere al riparo da logiche di carattere rivendicazionista, senza tuttavia nascondere le ombre ancora presenti e i passi necessari ancora da compiere per una profonda valorizzazione della donna. E indirizzarsi verso un «approfondimento teologico che aiuti a meglio riconoscere il possibile ruolo della donna lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa» potrebbe anche contemplare un atto magisteriale.

Nel corso del summit sugli abusi nel febbraio scorso, ascoltando una relatrice il Papa ha voluto sottolineare come in quell’ascolto ha «sentito la Chiesa parlare di se stessa. Cioè — ha detto — tutti noi abbiamo parlato sulla Chiesa. In tutti gli interventi. Ma questa volta era la Chiesa stessa che parlava» e «invitare a parlare una donna non è entrare nella modalità di un femminismo ecclesiastico… Invitare a parlare una donna sulle ferite della Chiesa — ha rimarcato — è invitare la Chiesa a parlare su se stessa. E questo credo che sia il passo che noi dobbiamo fare con molta forza: la donna è l’immagine della Chiesa. Uno stile. Senza questo stile parleremmo del popolo di Dio ma come organizzazione, forse sindacale, ma non come famiglia partorita dalla madre Chiesa».

A conclusione del Sinodo sull’Amazzonia, preannunciando che riconvocherà la commissione sul diaconato femminile — che ha concluso i suoi lavori l’anno scorso senza venire a una conclusione unanime — ha precisato: «Non si tratta di dare più funzioni alla donna nella Chiesa — sì, questo è buono, ma così non si risolve il problema — si tratta di integrare la donna come figura della Chiesa nel nostro pensiero. E pensare anche la Chiesa con le categorie di una donna». Il Sinodo sull’Amazzonia per la prima volta ha visto la presenza di 35 donne tra le quali leader di popolazioni indigene, esperte, laiche e religiose. L’esempio di un ascolto attento verso le testimonianze di queste donne lo ha dato il Papa stesso, come hanno osservato e riportato i partecipanti all’assemblea sinodale, facendo risvegliare a quella reciprocità maschile-femminile un’assemblea di vescovi che senza la loro presenza si sarebbe probabilmente interrogata con meno coraggio. Un esempio dimostrativo e di riconoscimento affinché questo atteggiamento possa crescere e maturare come tratto abituale nel seno della Chiesa. Anche se superare una certa mentalità in un cammino condiviso da tutti è ancora lungo, questo ultimo Sinodo ha tuttavia messo in asse come il ruolo delle donne nella Chiesa può essere riconsiderato e integrato solo nella prospettiva effettiva del dinamismo sinodale e della conversione missionaria indicati dal Papa. E come per il Papa nella questione delle donne passi una questione profondamente ecclesiale. Che è quella di una rinnovata consapevolezza ecclesiale.

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