La fiction “Rocco Schiavone” propone un protagonista non esattamente esemplare

C’era una volta la televisione pubblica con un intento pedagogico-educativo tendente all’esemplare, che – per indurre i suoi destinatari a comportamenti sociali corretti – proponeva serie e personaggi animati dai migliori sentimenti, a netta distinzione fra buoni e cattivi, la netta dicotomia fra il male da combattere e il bene sempre e comunque trionfante. Forse la visione della realtà sul piccolo schermo era un po’ edulcorata, ma passavano modelli e valori ben chiari nella loro specificità.
Oggi il rimescolamento che caratterizza il palinsesto televisivo non è soltanto quello fra i generi, prima ben distinti fra loro e adesso in corso di continua ridefinizione all’insegna della contaminazione reciproca, ma anche quello che propone personaggi sempre più controversi. È il caso di Rocco Schiavone, protagonista dell’omonima produzione su Rai2, poliziotto irriverente, sboccato, cinico e violento al limite della legalità, con un senso etico molto “personale” e, quindi, decisamente discutibile.
Interpretato dal pur bravo Marco Giallini, Schiavone è un personaggio creato dalla penna di Antonio Manzini e la serie è frutto della riduzione televisiva dei romanzi “Pista nera”, “La costola di Adamo”, “Non è stagione”, “Era di maggio” e dei racconti brevi “L’anello mancante” e “Castore e Polluce” del citato Manzini.
La fiction è girata ad Aosta, dove Schiavone – vicequestore della Polizia – è stato trasferito per motivi disciplinari da Roma. Cinico e sarcastico, è cresciuto a Trastevere insieme ai suoi amici del cuore Brizio, Furio e Sebastiano, che però sono rimasti ladri. Ha una scorza dura che soltanto la moglie, morta nel 2007, è riuscita a penetrare. Per questo lui la vede ancora più viva che mai quando rientra a casa dal lavoro, si confronta con la sua presenza come se fosse ancora reale e colma in questo modo la nostalgia per la sua vecchia vita.
Nel mondo chiuso e apparentemente lineare di Aosta, Schiavone passa attraverso omicidi mascherati, finti suicidi, rapimenti e vicende varie di cronaca nera. Riesce a risolvere i casi grazie al suo intuito e alla conoscenza della malavita anche “dall’altra parte della riva”, avendo lui stesso comportamenti al limite della legalità e spesso oltre. Naturalmente è anarchico anche nel linguaggio, non rinunciando a parolacce, turpiloqui e termini offensivi contro tutto e tutti.
Come ogni investigatore che si rispetti, Schiavone ha la sua squadra, composta da Italo Pierron (Ernesto D’Argenio), Caterina Rispoli (Claudia Vismara), gli agenti Caserra (Gino Nardella), Deruta (Massimiliano Caprara), D’Intino (Christian Ginerpo) e Scipioni (Fabio La Fata). Interagisce con il medico legale Fumagalli (Massimo Reale), il procuratore Baldi (Filippo Dini) e il questore Costa (Massimo Olcese). Completano il gruppo di coprotagonisti la moglie Marina (Isabella Ragonese) e l’amante (Francesca Cavallin).
Realizzata da Cross Production e Rai Fiction, la serie – a differenza di altre sullo stesso tema – non ha avuto dalla Polizia di Stato né il patrocinio né altra forma di collaborazione, come la fornitura di mezzi o la messa a disposizione di location ad hoc. E questo vorrà pur dire qualcosa.
È lo stesso Manzini a descrivere la sua creatura come “un disgraziato, un poliziotto che ruba, antidemocratico, con una sua personalissima etica” e, tanto per essere ancora più chiaro, aggiunge: “Se non si facesse le canne andrebbe su Rai1, con le canne va su Rai2, su Rai3 non oso immaginare, senza parlare di come sarebbe su Rai4”. Evidentemente non esistono più né gli eroi né la Rai di una volta.

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