Famiglia chiesa domestica? No, grazie!

Il Sinodo sulla famiglia sta per chiudersi – solo la prima parte, la seconda ci sarà il prossimo anno – e in molti hanno azzardato commenti e ipotesi anche suggestive. Vedremo cosa accadrà! L’accoglienza delle situazioni di difficoltà e di sofferenza, come le coppie risposate civilmente o conviventi, l’accoglienza per le persone omosessuali, sono sempre state al centro di tutti i documenti della Chiesa in queste materie, anche se forse con un po’ di tiepidezza e con poca schiettezza. Molti testi, in verità, anche poco conosciuti e per niente applicati.

Il rinnovamento della pastorale familiare da parte della Chiesa dovrebbe partire, piuttosto, dal superamento della similitudine tra Chiesa e famiglia, che nel contesto attuale non regge più, ammesso e non concesso che abbia mai calzato a sufficienza.

L’esempio di famiglia da tenere a modello è quello di Nazaret: un carpentiere, una casalinga, (uno maschio e l’altra femmina) il sospetto di un tradimento, l’obbedienza alla legge dei romani e del sinedrio, un bambino vispo e intelligente, poi ragazzo con idee un po’ peregrine e il resto della storia lo sappiamo, con tutto il condimento di sofferenza.

Il dialogo, il lavoro, il confronto certamente, le preoccupazioni, i progetti, le lacrime, le piccole gioie, come in tutte le normali famiglie di prima e di poi furono il sapore della famiglia di Nazaret.

Le famiglie cristiane di oggi non solo non vogliono somigliare, ma non possono somigliare alla Chiesa, nonostante la novità dello stile di Papa Francesco, perché nella Chiesa universale e nelle Chiese locali si respira aria di carrierismo, sgambettismo, arrivismo, maldicenze, invidie, gelosie, ricatti, sesso, soldi: non possono somigliare alla Chiesa così come è, perché starebbero peggio e molto più in crisi di come stanno.

Lo abbiamo visto con lo scandalo Vatileaks, con la pedofilia e con tutto il resto che ha anche parecchio scosso le ragioni teologiche che soggiacciono alla percezione che la Chiesa ha di se stessa, come sacramento universale di salvezza.

La famiglia è in uno stato di sofferenza per tante ragioni di ordine sociale, epocale, psicologico, economico; e la Chiesa è in uno stato di crisi anche culturale forse senza precedenti, poiché ha scoperto di essere una delle tante agenzie che si ergono a portatrici di una visione della vita, e non più l’unica o la più importante e di questo sta prendendo coscienza sempre più seriamente.

Il concetto di chiesa domestica, cucito sulla famiglia, nasce da una Chiesa che si percepiva ancora in un certo modo (sacra, infallibile, esemplare) ma che più ancora era percepita dal mondo esterno come tale, anche da chi le era apertamente ostile. Oggi non la percepisce così neppure chi ci vive dentro e la ama.

Si dirà che la chiesa domestica si dovrebbe specchiare nella visione ideale di Chiesa, ma quale? Quella apostolica? Quella trionfante? Non sarebbe facile trovare quella giusta, e comunque ideale e non reale, nel senso di storica.

Per ora i cristiani hanno nella famiglia di Nazaret ancora l’exemplum dell’accoglienza, della soluzione pacata dei problemi e dei sospetti, del lavoro, della cura degli affetti, della eterosessualità, che non è poco, della condivisione, della solidarietà, del sostegno reciproco e gratuito.

Ecco, noi laici cattolici, dobbiamo cercare di guardare a Nazaret, più che a Gerusalemme, quanto alla famiglia, più alla piccola sinagoga che al tempio, senza scoraggiamenti, ma neppure senza troppe pretese.

3 thoughts on “Famiglia chiesa domestica? No, grazie!”

  1. Blasetti Lorenzo

    16 ottobre: i preti della diocesi si riuniscono per avviare una riflessione sul documento della CEI “Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia” dove leggiamo: “In questa prospettiva di comunità, un ruolo primario e fondamentale appartiene alla famiglia cristiana in quanto Chiesa domestica. Essa, proprio come la Chiesa, è «uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui si irradia» e ha una «prerogativa unica: trasmette il Vangelo radicandolo nel contesto di profondi valori umani» (n. 28). Ancora una volta, ormai si ripete con insistenza, la chiesa reatina nel suo (?) giornale vuole prendere le distanze e ci dice che non è più possibile parlare di “famiglia chiesa domestica” perché la chiesa è impresentabile sia a livello universale sia a livello locale. Infatti: “Le famiglie cristiane di oggi non solo non vogliono somigliare, ma non possono somigliare alla Chiesa, nonostante la novità dello stile di Papa Francesco, perché nella Chiesa universale e nelle Chiese locali si respira aria di carrierismo, sgambettismo, arrivismo, maldicenze, invidie, gelosie, ricatti, sesso, soldi: non possono somigliare alla Chiesa così come è, perché starebbero peggio e molto più in crisi di come stanno”.
    Pongo una domanda al mio vescovo: è questo che pensa anche lui dal momento che lo troviamo scritto nel “suo” giornale”? Se è così, allora i nostri incontri di clero dovrebbero essere orientati verso un’altra direzione. Suggerisco: celebrazioni penitenziali, vestiti di sacco e di cenere, per implorare il perdono di Dio e di tutte le famiglie per aver reso impresentabile la nostra chiesa. Ah, dimenticavo: questo stile sarebbe il caso di proporlo a papa Francesco in modo che sia diffuso e praticato in tutta la chiesa sparsa nell’orbe terrestre.
    E, per quanto ci riguarda, nella nostra chiesa locale abbiamo già chi può presiedere questi riti penitenziali. Facile da indovinare…

    P.S.: “Ecclesia, casta moeretrix”: ben venga la critica ma non per demolire il compito missionario della chiesa. Se è vero che la chiesa così com’è può non essere un bel modello da offrire alle famiglie, questo non può significare “perciò facciamo un’altra cosa” ma solo “facciamo meglio quello che siamo chiamati a fare a partire da quel profondo rinnovamento che deve partire da noi stessi”. Questo richiede un’analisi seria per mettere a fuoco le nostre colpe e le nostre responsabilità, di tutti a cominciare dai vertici e anche dai giornalisti (?) cattolici, e non il crogiolarsi dietro una serie di affermazioni ad effetto la cui conclusione è: “Guardate la chiesa. Poveretta come si è ridotta male. Non vi resta da far altro che calpestarla e passare oltre”. Un bel servizio da parte del nostro giornale diocesano. Grazie.

  2. Nazareno Boncompagni

    Evidente che contenuto e ancor più titolo del pezzo (blog, quindi riflessione personale, non posizione del giornale in sé e tanto meno della diocesi cui il giornale fa riferimento: in tal senso, nella versione cartacea sarebbe stato meglio pubblicarlo appunto tra i blog personali e non nelle pagine relative alla vita ecclesiale, ma questo è un problema di attenzione grafica) abbiano un intento provocatorio e utilizzino dunque espressioni paradossali. Comunque, per venire al merito delle affermazioni provocatoriamente esposte, quale Chiesa può essere modello per le famiglie? Quella ideale, certo, che però a detta dell’autore difficilmente può essere riscontrabile nel vissuto quotidiano… Beh, io direi proprio che la similitudine famiglia-Chiesa debba avvenire rispetto a un “modello” molto semplice: quella Chiesa che Gesù ha pensato. Quella che ha mille difficoltà, mille tradimenti (a partire dall’apostolo “capo” dichiarato “pietra” e subito dopo “satana” dallo stesso Signore), mille imperfezioni, eppure sa camminare, perdonarsi, rinnovarsi e, inciampando ogni momento, riprendere a camminare. Questo, non altro, deve essere il modello Chiesa da offrire a quella realtà che, nata da un sacramento, deve esserne la riproduzione domestica. Carrierismo, sesso, corruzione e tutto quell’insieme di immondizia (per dirla col Ratzinger dell’immediato pre-pontificato) pur presente nella Chiesa non può essere un motivo per dimenticare che la “casta moeretrix” è il modello di quel consesso che, con gli stessi tentennamenti e difficoltà che diminuiscono solo in ragione del numero piccolo di membri della “piccola Chiesa” rispetto alla moltitudine dei componenti la Chiesa “grande” , è chiamato a farsi seguace del Maestro.

  3. Francesco Saverio Pasquetti

    Gent.mo Direttore,
    mi capita qualche volta di seguire un interessantissimo canale – sky arte hd, si chiama – che ha il pregio di mettere in onda trasmissioni, documentari ed approfondimenti che spaziano nei vari ambiti del vivere e della cultura umana. qualche sera fa mi sono imbattuto in un bellissimo speciale dedicato alla giornata – evento della canonizzazione dei due papi, il 27.04.2014 In essa numerosi sono stati gli interventi di personaggi famosi e, tra essi, mi ha colpito la testimonianza di un laico anti clericale conclamato qual è senz’altro il premio nobel Dario Fo. Parlando della straordinaria figura di papa Francesco, Fo affermava: “A me la Chiesa, così com’è oggi, non piace. Ma debbo stare attento a parlarne per rispetto alle tantissime persone, uomini e donne, che in essa compiono opere straordinarie”. Un’affermazione che sarebbe banale definire intelligente, giungendo da un premio Nobel per la letteratura. Meno scontato è riconoscerne la sapienza laica – vista la fonte – autenticamente scevra da ogni forma di semplicismo anticlericale tout court ed, anzi, attenta alle grandi opere che lo Spirito compie nella chiesa di Cristo attraverso coloro che Dio chiama ed elegge.
    Un’opera che dovremmo aver presente anche dall’interno, criticando ed operando in tal senso – quando ciò è necessario (e spesso lo è) – senza tuttavia cedere alla critica apodittica e non propositiva che, pur dettata da fatti ed eventi reali che accadono negli ambiti ecclesiastici, rischia di divenire meramente strumentale.
    E’ obiettivo difatti che “nella Chiesa universale e nelle Chiese locali si respira aria di carrierismo, sgambettismo, arrivismo, maldicenze, invidie, gelosie, ricatti, sesso, soldi”: nella “chiesa degli uomini” tutto questo non costituisce certo una novità. E’ la storia stessa di essa a parlar chiaro. Nonostante i carismi, i ruoli, gli incarichi, i voti e le ordinazioni, anche coloro che sono chiamati a guidare la Chiesa sono soggetti all’umana debolezza e – come ognuno di noi – quando si sottraggono all’ispirazione dello Spirito possono divenire facile preda della fragilità e dell’imperfezione che accomuna l’intera umanità. Ma noi restiamo saldi nella “chiesa di Cristo”, certi che su di essa le porte degli inferi non prevarranno.
    Tuttavia sferzare duramente tali difetti adoperando come fosse una sorta di “cavallo di troia” l’attuale stato della famiglia, l’attacco inaudito a cui essa è sottoposta e le sue odierne difficoltà appare incongruo, fuori luogo ed addirittura ingiusto dinanzi alla realtà di tanti nuclei familiari che, pur tra mille difficoltà, ancora oggi vivono come autentica “chiesa domestica” secondo quello che è stato il solco tracciato da Cristo stesso e dalla famiglia di Nazareth e che è stato poi ripreso dal concilio vaticano II in una delle costituzioni/cardine redatte dai padri conciliari, la “Lumen Gentium”.
    Si afferma che la pastorale familiare a cui dovrà accedere la chiesa del terzo millennio“dovrebbe partire, piuttosto, dal superamento della similitudine tra Chiesa e famiglia, che nel contesto attuale non regge più, ammesso e non concesso che abbia mai calzato a sufficienza”. Ma la sapienza del Magistero e dei padri conciliari così come quella del “catechismo della chiesa cattolica”, ci aiuta. Inserendo tale definizione nell’ambito dell’importanza dei sacramenti ed, in particolare, del matrimonio cristiano, la Lumen Gentium ribadisce la missione degli sposi i quali “si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio”. “Da tale missione – prosegue – procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale”.
    Illuminante e a mio parere dirimente circa il senso di questa definizione è sanz’altro la bellissima “lettera alle famiglie” di San Giovanni Paolo II, scritta nel 1994 anno, appunto, della famiglia. Egli si esprime in perfetta assonanza con il “Catechismo”, che da poco lo stesso papa Giovanni Paolo aveva promulgato ed anzi ne esplica e semplifica il significato profondo. Nel testo del ’92 al n. 1656 si legge: “Ai nostri giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie credenti sono di fondamentale importanza, come focolari di fede viva e irradiante. E’ per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un’antica espressione, chiama la famiglia “Ecclesia domestica” “. Così invece,nella sua “Lettera”, papa Woytila: “Ai nostri tempi ritorniamo spesso all’espressione « chiesa domestica », che il Concilio ha fatto sua e il cui contenuto desideriamo che rimanga sempre vivo ed attuale. Questo desiderio non viene meno per la consapevolezza delle mutate condizioni delle famiglie nel mondo di oggi”. Ed ancora, facendo riferimento alla Familiaris Consortio, il Papa Santo polacco – dimostrando che la Chiesa e lo Spirito non sbagliano – fa un’autentica profezia che oggi si sta realizzando: “In questo testo si affronta una vasta e complessa esperienza che riguarda la famiglia, la quale, tra popoli e Paesi diversi, rimane sempre e dappertutto « la via della Chiesa”. In certo senso lo diventa ancora di più proprio là dove la famiglia soffre crisi interne, o è sottoposta ad influenze culturali, sociali ed economiche dannose, che ne minano l’interiore compattezza, quando non ne ostacolano lo stesso formarsi.” Dunque è senz’altro vero che oggi “La famiglia è in uno stato di sofferenza per tante ragioni di ordine sociale, epocale, psicologico, economico”.
    Ma, a mio parere, è proprio questo il motivo per cui le famiglie cristiane, oggi come nei primi secoli, debbono splendere “in mezzo a una generazione malvagia e perversa(…)come astri nel mondo” (Filippesi, 2, 15) testimoniando alle tante famiglie in difficoltà, a quelle distrutte, ai tanti figli che soffrono la propria realtà di amore, di condivisione e di perdono.
    Per questo la famiglia come ecclesia in senso lato ( e così va intesa a mio parere, e non certo intendendo il termine chiesa nel senso, riduttivo e non calzante, di istituzione e di clero) cioè come piccola “assemblea”, comunione privilegiata di persone che si amano pur con tutti i loro limiti ed i loro difetti e che si perdonano reciprocamente, oggi è più viva ed importante che mai!
    Siamo uomini della storia, ma, “siamo nel mondo ma non siamo del mondo” (Vangelo di Giovanni, capitolo 17): in esso viviamo ed operiamo ma secondo l’insegnamento paolino, attualissimo oggi come allora, alla mentalità “di questo secolo” (Rm, 12,2) non dobbiamo conformarci.
    Prendere atto che la chiesa è in difficoltà? che la famiglia soffre? che vi sono tanti modelli di famiglia e che ad essi occorre aprirsi? Non credo sia questa la strada.
    Far presente concretamente, invece, con carità ed amore che la chiesa giudica il peccato, non il peccatore, che comprende, ama ed accoglie come Cristo fa con i tanti peccatori che incontra: dalla Maddalena a Zaccheo; da Matteo all’adultera. Ma, pur nella carità, la Chiesa non può venir meno alla propria missione profetica: annunciare Cristo morto e risorto e costituito spirito che da vita. Dire con coraggio la verità alla luce di questo, testimoniandola. La chiesa come ogni singolo cristiano, che nel battesimo è costituito sacerdote, re e profeta.
    La stessa missione hanno oggi le famiglie cristiane. In una società profondamente scristianizzata la famiglia, esattamente come la Chiesa, è chiamata a tornare allo spirito dei primi secoli del cristianesimo. Non ci spaventi il fatto che le chiese si svuotino, i matrimoni siano oramai scalzati dalle convivenze, prendano sempre più piede le famiglie c.d. “allargate” e, di qui a poco, si giunga alle unioni civili fra coppie dello stesso sesso:siamo minoranza, ormai, e non detto che sia un male.
    E’ tempo di combattimento, di persecuzioni, di testimonianza, di martiri: con questo termine, infatti, i greci indicavano i testimoni.
    Testimoniare che “Dio maschio e femmina li creò…”; per dar prova al mondo che si può viver in comunione tra sposi e con i figli: che, anzi, la famiglia è luogo primario ed eletto dove la fede e la preghiera si trasmettono e si imparano. E dove s’impara ad amare e perdonare. Allora si la famiglia è ecclesia domestica. E tante sono le testimonianze concrete di questo.
    Nella mia esperienza fatta di difficoltà e di problemi, celebro ogni domenica mattina con i miei figli le lodi mattutine. La sera di natale con una solenne processione il più piccolo della famiglia depone nella mangiatoia il bambinello e, dopo aver letto il Vangelo della nascita, quella parola viene spezzata perché anche i più piccoli la gustino. Con tutta la mia famiglia celebriamo la solenne veglia di resurrezione. E potrei citare le migliaia di famiglie nel mondo che, aperte alla vita, sfidano la mentalità corrente; le tante, tantissime famiglie che partono per le “missio ad gentes” in paesi come la Cina, la Thailandia, il Giappone, come in Africa e così in europa, soprattutto in quell’europa oramai senza Dio e senza chiesa. Li dove la Chiesa non riesce ad essere più ecclesia sono a mio parere proprio le famiglie cristiane, piccole “ecclesie” domestiche, il luogo da cui ripartire. Il “sale, luce e lievito” da cui attingere per ridare sapore ad un mondo che oramai senza Dio è alla deriva e che tragicamente si avvia ad un degrado sempre più avvilente della persona umana nei suoi più intimi e intangibili principi vitali. E’ tempo di combattimento per le famiglie e per la “famiglia”, sempre più in pericolo. Ed in guerra si va ben armati. Le armi ce le ha indicate proprio san Paolo, nella lettera agli Efesini:
    “Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio” (Ef. 6,13-17).
    Francesco Saverio Pasquetti

Rispondi