Don Vincenzo sui sentieri del Concilio

«Oggi si può gridare a ogni prete: “Puoi e devi santificarti nella tua attività pastorale”, anzi ti santifichi solo se compi tutti interi i compiti che ti sono stati affidati». Era nel giugno del 1993 che monsignor Vincenzo Santori scriveva queste parole sull’allora quindicinale «Frontiera». Le avevo volute citare nel libretto che, con la cooperativa editrice Massimo Rinaldi, di cui era presidente, avevamo deciso di pubblicare come dono per il suo 50° di sacerdozio, che avrebbe celebrato in parrocchia la successiva domenica 27. Non aveva voluto festeggiamenti esterni, don Vincenzo: soltanto un’Eucaristia solenne nella sua Regina Pacis. E ci piaceva che ne restasse memoria in quell’opuscoletto contenente la liturgia giubilare.

Nell’introduzione volli riportare dunque quelle sue parole, commentandole così: «Festeggiando i suoi cinquant’anni di Messa, possiamo testimoniare che, nella sua vita sacerdotale, egli lo ha sempre dimostrato. Santificarsi nel ministero. Non dire mai di no a un impegno. Mai farsi negare. Poco riposo e tanto lavoro. Dovunque lo Spirito lo abbia chiamato ad operare». Mi si conceda di ricordarlo così, il parroco della mia infanzia e giovinezza. Quello che mi ha educato nella fede e insegnato, con quella bonaria e delicata fermezza, a non accettare sconti in materia di dedizione alla Chiesa. Era stato lui a istradarmi in quella passione per la liturgia che, tra le tante attività ecclesiali, è sempre rimasto il mio “pallino” fisso, da quando, appena sedicenne, mi fece partecipare alla Settimana liturgica nazionale e mi incoraggiò a dedicarmi alla passione per l’animazione, canora e non solo, dei sacri riti.

Ci teneva, don Vincenzo, alla loro nobiltà e dignità, lui che aveva tirato su davvero con amore di padre quella chiesa parrocchiale in cui crescemmo come comunità del post Vaticano II. Lui, che veniva da altra impostazione e formazione, del rinnovamento conciliare fu un entusiasta e convinto assertore. A cominciare da quella grande capacità di valorizzare al massimo i carismi laicali non certo scontata per un prete della sua generazione. Se qualche volta si inalberava, lui sempre così tranquillo e compìto, era quando percepiva che non si dava il massimo per la causa del regno di Dio.

E per la crescita della sua Chiesa reatina, che amava talmente da non riuscire a capire come non si potesse servirla fino in fondo. Continuai a sperimentarlo anche negli anni in cui non lo avevo più per parroco, ma da presidente della cooperativa editoriale seguiva l’attività redazionale del giornale diocesano, con la sua delicata vigilanza che lasciava fare agli addetti ma sempre pronto a offrire consigli e discrete sottolineature, con quella saggezza di cui è difficile ora non ricordare la preziosità. Un grande amore alla sua Chiesa che, sono certo, continuerà a non farci mancare anche dal cielo.

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One thought on “Don Vincenzo sui sentieri del Concilio”

  1. Sac. Luigi Bardotti

    Carissimo Nazareno quando ti leggo è ormai notte profonda, ma vorrei dirti il mio grazie: la memoria di Sacerdoti come don Vincenzo potrà diventare “presenza” se tutti coloro che hanno imparato da lui la difficile arte di amare la Chiesa, riusciranno a testimoniarla. Con difficoltà anch’io vado avanti dopo la sua partenza perchè mi è venuto a mancare un punto fermo del mio Sacerdozio. Grazie Nazareno! d. Luigi

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