Chiesa

Chiesa e fine vita, parole di chiarezza. Perché nessuno è sacrificabile

L'arcivescovo Carlo Redaelli, alla guida della Commissione per la Carità e la Salute della Cei, spiega contenuti, attualità e obiettivi del testo "Alla sera della vita"

Perché la Chiesa italiana ha ritenuto di intervenire ora con una sua riflessione sul fine vita? Monsignor Carlo Redaelli, arcivescovo di Gorizia, segue da tempo l’elaborazione del documento «Alla sera della vita Riflessioni sulla fase terminale della vita terrena» elaborato dall’Ufficio nazionale per la Pastorale della Salute della Cei e discusso nella Commissione episcopale per il Servizio della Carità e la Salute, della quale è presidente. E ci spiega intenti e obiettivi: «Il testo era in elaborazione già da tempo. Volendo essere molto attento alla realtà ha subito ed ha accompagnato l’evoluzione delle problematiche sul fine vita: pensiamo – solo per rimanere ad alcuni esempi temporalmente vicini -­ alla discussione dello scorso anno sul suicidio assistito o al dibattito intorno alle questioni sollevate in questi mesi dalla pandemia in corso. Il testo pubblicato ora non pretende di essere risolutivo, conclusivo o esaustivo ma ribadisce l’attenzione che la Chiesa italiana rivolge alla concretezza dei problemi legati al tema della dignità del morire, del fine vita, alla malattia…».

Cresce la quota di popolazione anziana, e con essa anche il rilievo dei problemi posti da una “sera della vita” sempre più lunga e spesso sofferta. Come va gestita questa situazione di crescente vulnerabilità?

La situazione che la pandemia ha enfatizzato ci dice comunque l’attenzione che non solo la Chiesa ma tutta la società debbono avere nei confronti delle persone a prescindere dall’età, dalla situazione di salute o familiare, sociale, economica. Il prolungamento della vita – che di per sé è una grazia ed una fortuna per le nostre generazioni – richiede un’attenzione particolare alla persona, alle sue condizioni di salute, sociali e di carattere relazionale. Una persona può fisicamente stare benissimo, avendo magari a disposizione delle ingenti risorse economiche, ma se rimane sola si trova probabilmente in grosse difficoltà: noi siamo fatti per la relazione.

Quali questioni pastorali pone alla Chiesa oggi l’accompagnamento nell’ultimo tratto della vita?

Le questioni pastorali sono molteplici e proprio per questo il documento dell’Ufficio nazionale della pastorale della salute (accompagnato e discusso significativamente anche all’interno della Commissione episcopale per la carità e la salute) è piuttosto articolato. L’accompagnamento della persona non può essere solo spirituale e sacramentale ma deve risultare complessivo interessando gli uomini e le donne nella loro integrità e rivolgendosi a quanti più di altri sono vicini a chi si trova nella sera della vita: penso ai familiari, agli operatori sanitari, a coloro che sono attivi nelle reti di accompagnamento sociale. Se parliamo di tematiche pastorali non possiamo prescindere, dinanzi alla complessità delle questioni che la medicina oggi ci pone, dall’offrire indicazioni anche di carattere etico, di attenzione sociale e pastorale e di vicinanza alle persone.

La pandemia ha rilanciato anche con durezza i temi del nostro limite, della fragilità, della stessa morte. Cosa stiamo imparando?

Stiamo imparando proprio il tema della fragilità. La scienza e la tecnica si sono molte evolute e cresciute nel tempo e questo sviluppo ha provocato problematiche nuove da affrontare. Nello stesso tempo, però, non ci troviamo dinanzi a realtà totalmente risolutive: non sarà mai risolto il tema della morte e quello della vita sarà sempre forte in una prospettiva che va al di là della morte terrena. In questo senso la sensazione di fragilità deve essere accompagnata dalla sensazione della dignità della vita, della vita ricevuta come dono, della vita che ha speranza, della vita che non passa con la morte fisica. Questo deve avvenire nell’attenzione concreta dell’accompagnare le persone nella situazione in cui si trovano a vivere. C’è una significativa citazione nella Lettera “Samaritanus bonus” pubblicata nello scorso mese di settembre dalla Congregazione per la Dottrina della Fede “sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita” che ricorda come «la risposta cristiana al mistero della morte e della sofferenza non sia una spiegazione, ma una Presenza». Anche nella nostra fragilità siamo importanti perché veniamo da Dio, dal suo Amore perché veniamo chiamati figli di Dio.

Un’altra evidenza che si è imposta è la presenza rilevante di anziani e disabili, considerati troppo spesso come un peso e un problema. Come evitare che si arrivi a considerarle vite sacrificabili nel nome di altre priorità, perché “valgono meno”?

Questa è una tematica molto importante e delicata. Purtroppo anche nel linguaggio comune in questo tempo di pandemia difronte all’elenco delle persone decedute, tante volte sottolineiamo che magari si tratta di persone molto anziane, con altre malattie… Da una parte questa può essere una forma quasi di difesa dinanzi alla pandemia che ci preoccupa e ci spaventa, dall’altra però rischia di far passare l’idea che una persona in quanto anziana vale meno di altre. Chiaramente – come anche il documento dell’Ufficio Cei sottolinea – non siamo immortali, c’è una chiusura della vita e anzi si è anche contrari all’accanimento terapeutico ma questo non vuol dire che una persona perché anziana non debba essere curata. Anche in questo ambito, è importante comprendere cosa voglia dire curare: curare non significa necessariamente guarire ma corrisponde sempre a “prendersi cura della persona” offrendo tutte le opportunità possibili nella concretezza di sostegno nei confronti della malattia ma anche accompagnarla perchè se la sua vita sta concludendosi questo avvenga nel rispetto della sua dignità, assicurandogli una vera attenzione, una vera relazione, una vera vicinanza.

Tre anni fa il Parlamento approvava la legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento, ora è in discussione un nuovo testo che, dopo la “sentenza Fabo” della Corte costituzionale, contiene anche aperture all’eutanasia. Qual è il giudizio della Cei su questo tema?

Certamente la Chiesa è contraria al discorso dell’eutanasia ma anche attenta all’autodeterminazione della persona sapendo, però, che la vita non è un bene disponibile: non si può chiedere di essere aiutati a porre fine alla propria esistenza. La vera risposta non è soltanto condannare l’eutanasia ma è l’aggiungere che dinanzi al tema della morte e della sofferenza si possono percorrere altre strade: in questo senso c’è un’insistenza forte nel documento sul tema delle cure palliative che non è semplicemente un fruire degli analgesici o il limitare il dolore dal punto di vista scientifico o medico o tecnico. Cura palliativa vuol dire prendersi cura in generale della persona perché non soffra ma perché sia accompagnata: anche la vicinanza delle persone al malato è una cura palliativa. In una persona potrebbe essere eliminato del tutto il dolore fisico ma se si ritrova da sola in un letto d’ospedale senza alcuno accanto non possiamo parlare di vera cura palliativa… Certamente oggi la pandemia complica le cose non permette una vera vicinanza alle persone e proprio per questo va dato un grande apprezzamento al personale sanitario impegnato a fare da tramite fra le famiglie ed i malati in modo che questi ultimi non si sentano lasciati soli.

Nei Paesi dove si è aperto a qualche forma di “morte a richiesta” a titolo di eccezione si sta procedendo per tappe progressive alla legalizzazione di forme di eutanasia come diritto anche per malati non terminali. E’ un percorso inevitabile, anche per il nostro Paese?

Non è facile rispondere a questa domanda. Certamente l’esperienza vissuta dagli altri Paesi ci dice che se si apre a qualche forma di eutanasia, se passa un po’ l’idea che l’importante è la qualità della vita e non si tiene conto della qualità della morte (che significa vivere questo momento terminale – che fa parte della vita – come un accompagnamento ed una vicinanza capaci di togliere per quanto possibile la sofferenza e il dolore) ad un certo punto qualcuno potrebbe decidere che una persona ha meno qualità della vita di altri: si potrebbe, quindi, giungere ad indurre le stesse persone a sentirsi un “di più”, un qualcosa che non ha diritto a continuare a vivere. Ci troveremo dinanzi quella famosa “cultura dello scarto” su cui insiste molto papa Francesco. È giusto che ci siano le leggi ma devono essere emanate sempre nel rispetto grande della vita e della persona; un rispetto che non deve venire meno nemmeno dinanzi ad un malato, un anziano, un disabile.

Quale annuncio fa la Chiesa oggi sul tramonto della vita?

Paradossalmente si potrebbe dire che il tramonto della vita diventa in realtà anche un’alba proprio perchè la nostra vita non finisce con la morte fisica ma continua: quindi c’è un’apertura alla Speranza. L’annuncio è quello del Vangelo di una vita eterna: noi non veniamo dal niente e non siamo destinati al niente ma veniamo dal disegno d’amore di Dio e siamo destinati ad una vita pienamente felice con Lui. Questa vita è già cominciata non finisce con la morte: la morte fisica è certamente un passaggio doloroso che lo stesso Signore Gesù ha vissuto in tutta la sua angoscia e sofferenza ma è un’apertura verso di Speranza verso qualcos’altro.

da avvenire.it

Rispondi