Buddisti e cristiani: imparare a vivere insieme

Monsignor Mansueto Bianchi (Cei): in un tempo in cui «la mobilità e le comunicazioni hanno reso le differenze culturali e religiose sempre più vicine siamo quasi destinati a incontrarci, interagire e convivere. Si tratta allora di fare di questa coabitazione, frutto della storia della modernità e delle dinamiche migratorie, una convivenza».

Buddisti e cristiani insieme per contribuire a promuovere la pace tra gli individui e i popoli. Per dire che anche un Paese come l’Italia è destinato a “pensarsi al plurale” e in questa pluralità i credenti possono spargere semi di accoglienza e amicizia. Dopo dieci anni, rappresentanti della Chiesa cattolica e delle diverse tradizioni buddiste tornano ad incontrarsi. È successo oggi all’Università Urbaniana di Roma dove il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso in collaborazione con l’ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana, ha promosso un colloquio dal titolo “Pace interiore, pace tra i popoli”. L’incontro è iniziato con due minuti intensi di silenzio e di preghiera e con l’accensione della tradizionale lampada della pace alla quale i rappresentanti della Chiesa cattolica, monaci e monache delle diverse tradizioni buddiste hanno posto una candela accesa. Un gesto – ha detto padre Indunil Kodithuwakku, segretario generale del dicastero vaticano, per “dissipare l’odio e le tenebre del sospetto e dell’ignoranza, sanare le ferite del passato e portare la luce della pace nel mondo”.

Non rivali, ma amici.

“Sono certo – ha detto il cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – che le nostre parole, i nostri pensieri, i nostri gesti di pace contribuiscono a favorire una mentalità di pace e di incontro. L’ignoranza, la paura, l’ostilità, i pregiudizi, l’individualismo, l’esclusione, la violenza spargono i semi della divisioni nel mondo”. È questo il ruolo che le religioni possono svolgere, quello di “favorire l’incontro, superare i pregiudizi e creare amicizie nuove”. “La pace – ha aggiunto – non è un trattato, non è nemmeno assenza di guerra”. È secondo l’etimologia dello shalom, “essere completi e intatti”. “È vivere in armonia con Dio, con se stessi, con gli altri e con la natura. È quindi qualcosa di interiore” che poi si fa dono per il mondo intero. Nel suo saluto ai partecipanti, il card. Tauran ha ricordato le parole pronunciate da Papa Francesco al corpo diplomatico, l’augurio cioè “che il dialogo tra noi aiuti a costruire ponti fra tutti gli uomini, così che ognuno possa trovare nell’altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere e abbracciare!”.

L’Italia attraversata da templi e pagode.

Anche l’Italia è diventata un Paese costellato da templi e pagode. L’immigrazione ha portato nel nostro Paese una significativa minoranza buddista, costituita da immigrati provenienti da Paesi buddisti come Thailandia, Sri Lanka, Corea, Giappone, Repubblica cinese, di tradizione tibetana. A questa componente si aggiungono anche gli italiani che sono stati attratti dal fascino della religione e filosofia buddista. Un totale di circa 100mila persone. In un tempo in cui – ha detto monsignor Mansueto Bianchi, presidente delle Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei – “la mobilità e le comunicazioni hanno reso le differenze culturali e religiose sempre più vicine, siamo quasi destinati ad incontrarci, interagire e convivere. Si tratta allora di fare di questa coabitazione, frutto della storia della modernità e delle dinamiche migratorie, una convivenza. Dobbiamo imparare a vivere insieme e i credenti possono offrire il loro contributo”. “L’uno accanto all’altro”, davanti “ai grandi problemi e alle grandi domande del mondo contemporaneo”, buddisti e cristiani condividono “la preoccupazione per il futuro, la sollecitudine per le nuove generazioni, la custodia del creato, la difesa della pace nei cuori e nei rapporti tra i popoli”. “Si tratta – ha concluso il vescovo – di fondare un nuovo umanesimo per il terzo millennio e le religioni con le loro tradizioni e le loro risorse rappresentano una riserva di umanità, di valori, di apertura al trascendente che possono contribuire a questa rifondazione”.

Lo specchio dell’altro.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’intervento del venerabile Raffaello Longo, presidente dell’Unione buddista italiana. “La modernità e la globalizzazione ci inducono necessariamente all’incontro”. E il dialogo tra i credenti “è vitale e essenziale” alla luce anche di quanto è successo nel secolo scorso, “il secolo del conflitto e delle guerre che non hanno risolto nulla, anzi hanno solo aumentato i problemi”. Il venerabile ha anche detto quanto sia importante che “il mondo ci veda dialogare” per superare “la paura di perdere qualcosa” nell’incontro con l’altro che serpeggia nel nostro Paese: “l’altro – ha detto – non mette in pericolo la propria tradizione”, al contrario “mette in risalto ciò che si è e che senza lo specchio dell’altro non riusciremmo a vedere”.

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