Quale Francesco? Un problema antico

L’ultimo libro di Chiara Frugoni è un sasso lanciato nello stagno e apre nuove prospettive alla storiografia francescana. È a questo genere di sforzi che dobbiamo agganciarci per ripensare con metodo la nostra eredità storica

Il vescovo Domenico vi si è riferito, a qualche settimana dall’uscita in libreria, nientemeno che nell’omelia della messa di Natale. Se da un lato tale circostanza non aggiungerà certamente nulla alle credenziali scientifiche e alla rinomanza dell’ultima, imponente fatica di Chiara Frugoni (Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore di Assisi, Torino, Einaudi, 2015, 608 pp., 80 euro), dall’altro essa autorizza senz’altro «Frontiera» a occuparsi di questo ponderoso volume, specialmente a pochi giorni dal discorso “francescano” che mons. Pompili ha tenuto ai piedi della statua del Poverello durante la cerimonia di inaugurazione dei Plus in centro storico.

In quell’occasione, don Domenico ha tratteggiato il profilo del suo «Francesco da Rieti», quello della natura, della povertà, dei piccoli passi e della fiducia. Ma questo è soltanto uno dei “Francesco” possibili o, meglio, è solo uno dei “Francesco” che si sono dati nel corso dei secoli, soprattutto a partire dalla fine dell’Ottocento, allorché un pastore calvinista francese diede alle stampe una sconvolgente Vita dell’Assissiate che ridestò l’attenzione intorno a un personaggio celeberrimo sì, venerato e onorato dalla Chiesa, ma tutto sommato imbalsamato nell’immagine grandiosa che ne avevano forgiato le famiglie religiose legate al suo retaggio spirituale o in quella più o meno idilliaca del santo che parlava a lupi e uccelli.

Dalla pubblicazione, nel 1893, della biografia di Paul Sabatier, Francesco è tornato prepotentemente alla ribalta: fiumi d’inchiostro sono stati versati sulla sua figura; a livello filologico è nata una “questione francescana” che fa impallidire quella omerica; su di lui sono stati realizzati film e serie televisive; e, come se tutto ciò non bastasse, perfino un papa – per giunta proveniente dalle file dell’austera Compagnia di Gesù – ha scelto di assumerne il nome e di impostare il suo pontificato su un progetto che, da più parti, non si è esitato a presentare come esplicitamente rinviante al Poverello.

Ma il punto è proprio questo: quale Poverello? Quello della misericordia che la nostra Chiesa si accinge a esaltare il prossimo 3 aprile con l’apertura della Porta Santa a Poggio Bustone? Quello melenso e talvolta persino stucchevole di tanta pubblicistica poco informata? Quello che si pretende storicamente ineccepibile, indagato con acribia dagli autorevoli membri della Società internazionale di studi francescani? Oppure quello di cui si è appropriata certa propaganda New Age? Ognuno, volendo, può confezionarsene uno che gli calzi a pennello e non è detto che tutti, nel farlo, siano capaci della delicatezza e del rispetto di cui dà prova mons. Pompili quando addita nel santo del XIII secolo un modello ancora fresco e attuale per il cristiano di oggi.

Benché Chiara Frugoni non si sia dovuta porre il problema di rispondere a provocazioni attualizzanti, né abbia dovuto pronunciarsi sulla liceità di scegliere uno solo o diversi “Francesco”, la sfida che ha raccolto con questo libro si è rivelata di gran lunga più complessa. Il volume (superbamente illustrato come tutti i lavori di questa medievista di vaglia) studia palmo a palmo l’impaginato degli affreschi della Basilica superiore di Assisi e allarga lo sguardo su di esso fino a inglobare, oltre al famosissimo ciclo giottesco, anche quelli di Cimabue, di Jacopo Torriti e di altri ancora, inclusi i registri dedicati a Gesù, agli apostoli, all’Apocalisse, quelli degli evangelisti che in pochi notano nel transetto, la cattedra pontificia baldacchinata, gli arredi liturgici. Le meravigliose pitture che ancora oggi avvincono i visitatori del tempio risalgono a mezzo secolo dopo la traslazione del corpo di Francesco nella basilica, avvenuta nel 1230. Perché un tempo di gestazione così lungo? Perché le pareti della chiesa di Assisi sono rimaste spoglie per così tanti anni?

A queste domande la Frugoni risponde che i frati erano aspramente divisi su chi fosse stato davvero il fondatore e, di conseguenza, su quale Francesco si dovesse rappresentare. Era impossibile raffigurare lui e il suo programma di povertà assoluta senza ingenerare il confronto con ciò che l’Ordine era diventato. Allo stesso tempo non si poteva nemmeno censurare quel programma, perché all’epoca ancora troppi frati che avevano conosciuto personalmente Francesco erano in vita e rimpiangevano la stagione “pura” delle origini. La svolta si produsse con il generalato di Bonaventura da Bagnoregio (1257-1274). Con la sua Legenda maior, la biografia “definitiva” del Poverello, egli trasformò Francesco in un alter Christus. Di più: sfruttando l’escatologia pseudo-gioachimita, ne fece il precursore di un’età di perfetta aderenza al Vangelo per la quale il mondo non era ancora pronto.

Nell’attesa che i tempi maturassero secondo il disegno divino, i frati dovevano prepararsi studiando e predicando, senza bruciare le tappe. Solo quando questa interpretazione si impose divenne possibile commissionare gli affreschi per la Basilica superiore ed effigiare sulle medesime superfici murarie sia Francesco, a piedi scalzi e con la barba dei laici, sia i suoi frati, che ormai indossavano i sandali, erano rasati e tonsurati alla maniera del clero cui in prevalenza appartenevano e qualche volta tenevano addirittura in mano un libro, simbolo di quella cultura alla quale Francesco aveva per lo più guardato con sospetto. Tutto si teneva perché, nella prospettiva ufficiale di matrice bonaventuriana, il santo era prefigurazione di un futuro non ancora compiuto, una figura idealizzata che i suoi seguaci, nelle condizioni attuali, non erano ancora in grado di imitare in tutto e per tutto.

Il lettore delle nostre parti troverà scampoli della propria terra nelle dense pagine della Frugoni: Rieti fa capolino nelle datazioni dei documenti pontifici, soprattutto di quelli di Niccolò IV, il primo papa francescano che da noi soggiornò e tenne un importante capitolo generale dell’Ordine nel 1288; mentre la locale chiesa di San Francesco vi compare per via dei continui raffronti tra gli affreschi staccati dalle sue pareti, oggi custoditi in episcopio, e quelli umbri. Più in generale, dalla sofisticata operazione intellettuale compiuta ad Assisi nel Duecento il lettore di ogni luogo trarrà preziosi ammaestramenti su quanto Francesco si presti a letture ideologiche: un pericolo che, oggi come ieri, è sempre in agguato.