Non chiamate la prostituzione “servizio alla persona”

La vicenda delle quattro prostitute a cui gli ispettori del Fisco hanno imposto l’apertura della partita Iva ha sollevato polemiche. Il responsabile della Comunità Giovanni XXIII, Giovanni Paolo Ramonda, non fa sconti: “Non si tratta di servizio alla persona ma di servizio al cliente, così facendo si va a ledere la dignità della persona”. L’Agenzia delle Entrate, interpellata, preferisce tacere

Non si aspettavano di certo un appuntamento al buio con gli ispettori del fisco, quattro donne di Rimini ufficialmente senza occupazione, ma con floridi conti in banca. Situazione economica dubbia, unita ai richiami dei vicini infastiditi hanno destato non pochi sospetti nel Fisco verso quelle che potevano sembrare semplici disoccupate. Ma il via vai dagli appartamenti, i suntuosi conti in banca, lasciavano sempre meno spazio all’immaginazione. A fronte delle insistenti domande degli uomini dell’Erario, le quattro donne hanno confessato di essere prostitute. Tra le incessanti proteste delle squillo, gli ostinati agenti del fisco non hanno ceduto di un passo e hanno intimato loro di aprire la partita Iva. Un vero e proprio smacco per il mercato del sesso e contemporaneamente alla legge Merlin, tutt’ora in vigore.

Una questione di umanità e dignità. La notizia non è passata inosservata, facendo scoppiare numerose polemiche e reazioni, in primis quelle del volontariato cattolico. Tra queste la denuncia della Comunità Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, da sempre sensibile al dramma della prostituzione. Contestata in modo particolare è stata infatti la dicitura “servizi alla persona” sotto la quale gli ispettori hanno inserito le quattro meretrici. “Non si tratta di servizio alla persona ma di servizio al cliente – commenta amaro il responsabile generale della Comunità Giovanni XXIII, Giovanni Paolo Ramonda – così facendo si va a ledere la dignità della persona”. Ma dall’Agenzia delle Entrate riminese nessun commento sulla vicenda, anche per mantenere un basso profilo ed evitare ulteriori polemiche. “Queste del Fisco sono soluzioni superficiali a un problema, che ha bisogno di un più radicale approfondimento”. Secondo Ramonda, la schiavitù permane anche con la regolamentazione del meretricio “si pensi piuttosto a trovare sbocchi lavorativi alternativi per quelle donne coinvolte nei giri della prostituzione, le istituzioni guardino all’umanità e alla dignità!”.

Contrapposizione tra modelli giuridici europei. Ma quello della prostituzione non è un problema circoscritto all’Italia. Grandi contrapposizioni di modelli giuridici sono nate nel corso dei decenni nell’Unione europea: “Germania e Olanda dal 2003 hanno cercato di regolamentare la prostituzione con quartieri e zone predisposte alla prostituzione, ma a cosa è servito? A niente – continua il responsabile della Giovanni XXIII – le condizioni economiche risultavano disumane e i ritmi delle prestazioni estenuanti. Nonostante la nascita di questi luoghi, la prostituzione di strada è tutt’ora presente. La regolamentazione non funziona”. Ma nel 1999 è emerso “un modello da prendere come esempio: quello nordico, applicato in Svezia e Norvegia, dove i cittadini sono educati sin dall’età scolastica ad una cultura preventiva, con incontri quotidiani. Inoltre tutti i possibili clienti verrebbero condannati a pene notevoli. Ed è su questo che si deve colpire, sulla domanda del sesso, il cliente viene considerato alla stregua di un criminale, così facendo nella penisola scandinava si è creata una base culturale forte, dove la maggioranza netta dei cittadini sente questa legge parte di sé”. Inevitabilmente l’Unione europea si è posta il problema e ha cercato, a fatica, di estendere queste misure a tutti gli Stati membri.

Mentre in Italia… Nonostante gli sforzi dell’estremo nord europeo e dell’Ue, in Italia la risposta alla prostituzione si fa sempre più vicina al modello tedesco: “Noi della Comunità Giovanni XXIII abbiamo elaborato una proposta di legge, che prevede una pena amministrativa per il cliente, ma se c’è la recidiva del reato ci sono anche sanzioni penali e c’è anche un’informazione alla famiglia del reato compiuto dal coniuge. Se tutti facessero rete e tutti i Comuni collaborassero per far fronte a questa piaga, la tratta delle prostitute verrebbe annientata. A Rimini per un periodo è successo. Stiamo facendo il possibile – spiega Ramonda – in rete con alcuni esponenti del Parlamento, ma sono una netta minoranza seppur vivace e collaborativa. Settanta parlamentari di diverse appartenenze partitiche sono invece impegnati nel cercare una regolamentazione di case chiuse e prostituzione. Ma al degrado che vivono quelle donne chi ci pensa?”.