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Viganò: l’autorità della Chiesa è nella testimonianza

Recuperare il senso e l’orizzonte dell’autorità, spesso confusa con l’autoritarismo, in un panorama comunicativo costantemente in evoluzione: è la sfida del libro: “Testimoni e influencer – Chiesa e autorità al tempo dei social”

Parlare di autorità al tempo dei social media può sembrare strano, addirittura provocatorio, visto che il termine è percepito spesso come oppressivo, eppure monsignor Dario Edoardo Viganò, vice-cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, nel suo ultimo libro (Edizioni Dehoniane Bologna) non esita a richiamare l’origine latina della parola che porta a leggere il termine “come un servizio per aiutare la crescita”. ”Testimoni e influencer – Chiesa e autorità al tempo dei social” conduce il lettore in un cammino che ha le sue radici nel ministero messianico di Gesù, ripercorre l’autorità nella testimonianza e la predicazione apostolica, nella potenza dello Spirito Santo, nella nascita delle comunità cristiane, nell’organizzazione della Chiesa, nel Concilio Vaticano II e nel magistero della Chiesa, fino ad arrivare al tempo presente. Centosedici pagine per orientarsi nel mondo reticolare dei legami digitali, della comunicazione, e per guardare con fiducia alla Chiesa: testimone della relazione di Dio con l’uomo. Il percorso spirituale e storico s’intreccia con l’asimmetria delle relazioni, la credibilità dei rapporti e della persona, il continuo mutare dello scenario comunicativo, in cui il termine autorità viene oggi ibridato dalla velocità dei social media.

In un mondo funestato dal Covid-19 monsignor Viganò richiama il ricordo e la forma dell’immagine della Statio Orbis del 27 marzo 2020 e della Via crucis sul sagrato di San Pietro, proprio per mostrare l’evoluzione del concetto di autorità, contaminata da “dinamiche della costruzione di veri e propri media event”. Il libro rintraccia quindi due livelli di autorità: uno postmediale, popolato dagli influencer, “credibili e autorevoli, ma con una forza limitata, circoscritta alla rappresentazione mediale, alla cerchia convenzionale, alla sfera delle comunità sociali che si trasformano sul web e che hanno un grande valore emotivo”. E un altro tradizionale, che “anche se inserito in un panorama comunicativo profondamente trasformato”, “ci si presenta nei momenti forti dell’esistenza”.

“Aver trasformato autorità e autoritarismo come sinottici ha condotto a un’epoca di confusione e di arbitrarietà”

Monsignor Viganò perché un libro sull’autorità?

R. – Perché siamo in un contesto culturale che ha ereditato l’enfasi sulla libertà individuale facendo migrare il concetto di autorità verso quello di autoritarismo. I due concetti non sono per nulla sinonimi. Eppure aver trasformato autorità e autoritarismo come sinottici ha condotto a percepire l’autorità come antitetica naturalmente all’esercizio della libertà. Tale visione forse non del tutto ingenua, ha condotto non a un’epoca di rinnovata libertà quanto piuttosto ad una di confusione e di arbitrarietà.

Lei ha collocato la parola autorità su una linea temporale di duemila anni, dalla venuta di Gesù ad oggi. Perché questa scelta?

R. – La domanda riguardo all’autorità di Gesù ha attraversato tutto il suo ministero messianico. Tutti si interrogavano sulla sua autorità: la gente, i capi del popolo e perfino i discepoli. La stessa questione circa la credibilità l’hanno dovuta affrontare gli stessi discepoli: come i miracoli e i segni compiuti da Gesù con la potenza dello Spirito Santo attestavano il suo insegnamento e la sua identità messianica, così le opere compiute dallo Spirito Santo per mezzo degli apostoli erano il fondamento della verità dell’annuncio pasquale e della credibilità della predicazione apostolica. I segni e i prodigi compiuti dagli apostoli per la potenza dello Spirito Santo erano, quindi, il segno più efficace che la morte di Gesù non era stata un fallimento ed erano il segno che il progetto di Dio si stava compiendo proprio attraverso quella morte.

Uno dei punti fondamentali che richiama è la relazione tra Dio e l’uomo. La società di oggi rinnega il Padre secondo lei, o lo cerca?

R. – Basta pensare alla propria esperienza e si scorge che le relazioni con gli altri non sono relazioni indifferenti. Lo sa bene un bambino che intuisce le persone per lui importanti, quelle che gli danno sicurezza. Un bambino si fida del papà e della mamma e riconosce loro autorità su di lui. In questo caso si evidenzia come le relazioni siano asimmetriche, si tratta della fisiologica natura delle relazioni genitoriali e non comprenderne la portata conduce a confondere in una melissa indistinta figli e genitori. Le relazioni diventano luogo di responsabilità quando ci si incontra e a volte ci si scontra con la diversità, l’alterità, l’asimmetria. Sociologi, psicologi e antropologi: sono proprio loro che definiscono la nostra società come una società senza padri ovvero una società nella quale la scomparsa delle dinamiche gerarchiche conduce all’oblio della funzione patriarcale e con essa della sua funzione normativa.

“I social hanno condotto a modificare decisamente le logiche e i processi di formazione della reputazione”

Questo aspetto incide nella costruzione della società?

R. – Sì ed è quanto ci confermano gli studi più recenti che ci mostrano come i social hanno condotto a modificare decisamente le logiche e i processi di formazione della reputazione. Tutto ciò “stressa” quanto, fino a qualche anno fa, veniva considerato assunto consolidato da parte di grandi istituzioni organizzazioni per costruire, diffondere e controllare la propria credibilità. Nell’epoca dei media tradizionali la credibilità di una persona poteva influire sulle persone e sulla società nella misura in cui altri soggetti gli riconoscevano tale credibilità. Insomma il numero di followers può costruire una reputazione nei social che non corrisponde necessariamente alla credibilità e ad una autorità riconosciuta. Pertanto possiamo dire che, pur essendo vero che anche in un contesto di social network è possibile essere influenti perché credibili, dobbiamo insieme riconoscere che è impossibile essere influenti senza essere dotati anche di una certa visibilità (o di un certo numero di followers).

Che relazione c’è tra autorità e fede?

R. – Il concetto di autorità è concetto duale. Ci vuole sempre qualcuno infatti che riconosca a qualcun altro l’autorità. In questo senso fin dalle origini, il discepolato ovvero l’esperienza di essere il popolo di Gesù risorto, deve fare i conti con il faticoso e lento processo di riconoscimento di Gesù come Messia. Pensiamo alla domanda del Battista che dal carcere manda a domandare se è lui il Messia. Dopo il Battista anche i discepoli intuivano l’unicità e il fascino del Maestro, ne gustavano il paradossale messianismo, ma allo stesso tempo rimanevano confusi e timorosi.

Nel libro si coglie anche il desiderio di un risveglio di consapevolezza per tutta la Chiesa… 

R. – Oggi viviamo una sorta di integrazione tra l’autorità postmediale, rappresentata dal fenomeno degli influencer, e l’autorità tradizionale. In questo senso credo sia giunto il tempo di tornare alla forza testimoniale della Chiesa sposa di Cristo, suo corpo mistico. L’agire pastorale fatta di organigrammi e programmi, forse deve lasciare spazio all’ascolto e alla contemplazione per poter compiere gesti autorevoli e credibili. E così veder riconosciuta la propria autorità.

Qual è il suo augurio per il lettore?

R. – Che come dice il Papa in Fratelli tutti l’augurio è che si possa comprendere che “la connessione digitale non basta per gettare ponti, non è in grado di unire l’umanità”. Non significa chiamarsi fuori dai processi innovativi della comunicazione e della cultura, ma sapere che “c’è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo […] perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana” (FT 43)

da Vatican News

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