Chiesa

Uomini di speranza

Sempre, a ogni inizio anno, esercitiamo volentieri la speranza, augurandoci che per il futuro le cose vadano meglio che nel passato

Nella sua seconda enciclica del 30 novembre 2007 papa Benedetto XVI scrive della speranza cristiana non individualista, ma comunitaria, che confida sempre e comunque nel soccorso di Dio:

Nell’Enciclica Spe salvi, ho indicato la preghiera e il soffrire, insieme all’agire e al giudizio, come “luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza”. (…) La preghiera alimenta la speranza, perché nulla più del pregare con fede esprime la realtà di Dio nella nostra vita. Anche nella solitudine della prova più dura, niente e nessuno possono impedirmi di rivolgermi al Padre, “nel segreto” del mio cuore, dove Lui solo “vede”.

Così il Papa stesso sintetizza il senso della speranza cristiana, durante la Santa Messa del mercoledì delle Ceneri dell’anno 2008, 6 febbraio. La preghiera alimenta la speranza, dunque: quando preghiamo stiamo sempre e comunque esercitando e applicando la speranza. E non potremmo vivere senza sperare che le nostre preghiere vengano esaudite. Vigilia di Natale dell’anno 1989. Angelus di mezzogiorno. Giovanni Paolo II dà alla speranza un senso “attivo”, di partecipazione… Ottima conclusione per un decennio a torto definito di disimpegno e di “riflusso nel privato”…

In questa vigilia di Natale, un senso di attesa riempie il cuore dei cristiani e di tutta la Chiesa. È una attesa colma di speranza. Ci prepariamo ad accogliere Cristo, che viene a noi come salvatore del mondo. Sappiamo che egli viene con una potenza spirituale, atta a trasformare e a rinnovare l’universo. Per questo abbiamo la certezza che la nostra speranza non sarà delusa: Cristo stesso si fa garante del suo definitivo compimento.  Egli, tuttavia, vuol farci partecipare attivamente all’opera intrapresa con la sua venuta nel mondo: vuole che alla Redenzione collaboriamo anche noi. Il credente attende tutto da Cristo e, ciò nonostante, si impegna come se tutto dipendesse da lui. Questa è la speranza che deve animare il cristiano nello sforzo quotidiano di adesione ai valori evangelici. (…) Il mondo è assetato di speranza. Si sente oppresso da molti mali, afflitto da numerose prove. Dappertutto si constatano i drammi della miseria e le tragedie provocate dalle passioni umane. Ai desideri di pace fanno ostacolo le rivalità, le guerre, i conflitti di ogni specie. Le richieste di una giusta ripartizione delle ricchezze si scontrano con le resistenze della prepotenza e dell’egoismo. Il sacerdote, uomo della speranza, incoraggerà tutti gli sforzi di buona volontà, ma tenderà soprattutto a sviluppare intorno a sé la speranza che non inganna, (Rm 5, 5), quella cioè che si rivolge a Cristo e attende tutto da lui.

La speranza che si rivolge a Cristo e in lui confida, passa attraverso i suoi annunciatori, uomini di Dio che testimoniano quella speranza che è Cristo stesso. Nei turbolenti anni settanta del secolo scorso, rivolgendosi alle giovani generazioni assetate di speranza in un mondo migliore, papa Paolo VI parla di Gesù proprio come del vero “uomo della speranza”. E’ la domenica delle Palme dell’anno 1972, 26 marzo. Il pontefice ricorda quel dubbio che si agitava nella gente di Galilea: Cristo era veramente il Messia oppure no? …

Se leggete il Vangelo, voi vedete che intorno a questa alternativa si svolge il dramma di Gesù. Non solo di Gesù, ma del Popolo; e non solo di quel Popolo, ma di tutta l’umanità; il nostro stesso dramma, di noi che qui siamo; il dramma del mondo di oggi e di domani; perché in questo dramma si decide se Gesù è veramente il mandato da Dio, se Egli è il Salvatore del mondo, se è il nodo in cui si concentrano e si risolvono tutte le questioni vitali dell’uomo, d’ogni uomo del nostro pianeta. Ebbene, ricordate la scena di Gesù che entra, in quel giorno, che noi oggi commemoriamo e riviviamo, a Gerusalemme, traboccante di gente venuta da tutte le parti di quella terra fatidica, e che a grida di popolo, primissimi e vivacissimi i giovani, è riconosciuto ed è proclamato, sì, lui il Messia, il figlio di David, l’uomo della speranza passata e della speranza futura, l’uomo centrale, l’uomo cardine, l’uomo che totalizza in sé le sorti della storia umana, colui che svela e che compie le profezie antiche e future; l’uomo-Dio della nostra salvezza.

Ma il magistero della Chiesa ha visto e coltivato la speranza anche nelle vicende terrene. Era il sesto Natale di guerra quando papa Pio XII, nel suo radiomessaggio di Natale del 1944, parlava di una aurora di speranza, che lo portava a intravedere la fine del conflitto…

Sia benedetto il Signore! Dai lugubri gemiti del dolore, dal seno stesso della straziante angoscia degli individui e dei paesi oppressi, si leva un’aurora di speranza. In una schiera sempre crescente di nobili spiriti sorge un pensiero, una volontà sempre più chiara e ferma: fare di questa guerra mondiale, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prenda le mosse un’era novella per il rinnovamento profondo, la riordinazione totale del mondo. In tal guisa, mentre gli eserciti continuano ad affaticarsi in lotte micidiali, con sempre più crudeli mezzi di combattimento, gli uomini di governo, rappresentanti responsabili delle nazioni, si riuniscono in colloqui, in conferenze, allo scopo di determinare i diritti e i doveri fondamentali, sui quali dovrebbe essere ricostituita una comunanza degli Stati, di tracciare il cammino verso un avvenire migliore, più sicuro, più degno della umanità.

E che cosa, se non la speranza in un avvenire più sicuro, più degno e più radioso per l’umanità e per la stessa chiesa, pervadeva le parole di Giovanni XXIII all’inaugurazione del Concilio? Una speranza di futuro che trapelava dalla voce stessa del pontefice, nella quale si “intrasentiva” il suo sorriso, la speranza dell’affacciarsi di tempi nuovi… 11 ottobre 1962:

Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata, stasera – osservatela in alto! – a guardare a questo spettacolo.  Noi chiudiamo una grande giornata di pace; di pace: « Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà ». Ripetiamo spesso questo augurio e quando possiamo dire che veramente il raggio, la dolcezza della pace del Signore ci unisce e ci prende, noi diciamo: “Ecco qui un saggio di quello che dovrebbe essere la vita, sempre, di tutti i secoli, e della vita che ci attende per l’eternità”(…) Continuiamo, dunque, a volerci bene, a volerci bene così, a volerci bene così, guardandoci così nell’incontro, cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte quello – se c’è – qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà. Niente: Fratres sumus! La luce che splende sopra di noi, che è nei nostri cuori, che è nelle nostre coscienze, è luce di Cristo, il quale veramente vuol dominare, con la Grazia sua, tutte le anime. (…) Apparteniamo quindi ad un’epoca, nella quale siamo sensibili alle voci dall’Alto: e vogliamo essere fedeli e stare secondo l’indirizzo che il Cristo benedetto ci ha fatto.  

E tuttavia, nonostante quella speranza, che si limitava certo a un facile ottimismo, il mondo di oggi, provato in particolare dalla dura esperienza della pandemia, sembra privo di orizzonti, definitivamente senza speranza. E’ di nuovo papa Benedetto XVI, all’apertura del convegno ecclesiale della diocesi di Roma dedicato al tema “Educare alla speranza”, a indicare il problema e anche la soluzione. Basilica di san Giovani in Laterano, 9 giugno 2008:

Nella società e nella cultura di oggi, e quindi anche in questa nostra amata città di Roma, non è facile vivere nel segno della speranza cristiana. Da una parte, infatti, prevalgono spesso atteggiamenti di sfiducia, delusione e rassegnazione, che contraddicono non soltanto la “grande speranza” della fede, ma anche quelle “piccole speranze” che normalmente ci confortano nello sforzo di raggiungere gli obiettivi della vita quotidiana. E’ diffusa cioè la sensazione che, per l’Italia come per l’Europa, gli anni migliori siano ormai alle spalle e che un destino di precarietà e di incertezza attenda le nuove generazioni. (…)  Ci avviciniamo così al motivo più profondo e decisivo della debolezza della speranza nel mondo in cui viviamo. Questo motivo alla fine non è diverso da quello indicato dall’Apostolo Paolo ai cristiani di Efeso, quando ricordava loro che, prima di incontrare Cristo, erano “senza speranza e senza Dio nel mondo” (Ef 2,12). La nostra civiltà e la nostra cultura, che pure hanno incontrato Cristo ormai da duemila anni e specialmente qui a Roma sarebbero irriconoscibili senza la sua presenza, tendono tuttavia troppo spesso a mettere Dio tra parentesi, ad organizzare senza di Lui la vita personale e sociale, ed anche a ritenere che di Dio non si possa conoscere nulla, o perfino a negare la sua esistenza. Ma quando Dio è lasciato da parte nessuna delle cose che veramente ci premono può trovare una stabile collocazione, tutte le nostre grandi e piccole speranze poggiano sul vuoto. Per “educare alla speranza”, come ci proponiamo (…), è dunque anzitutto necessario aprire a Dio il nostro cuore, la nostra intelligenza e tutta la nostra vita, per essere così, in mezzo ai nostri fratelli, suoi credibili testimoni.

da Vatican News

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