Una bella realtà reatina: la preziosa opera delle Camilliane al de Lellis

C’erano i medici, gli operatori e gli infermieri, i volontari, gli studenti universitari e i cappellani alla messa celebrata dal vescovo Domenico al de’ Lellis per la festa di san Camillo. Tanti «angeli vestiti di bianco», per usare le parole del vescovo, tra i quali spiccano le croci rosse sul petto delle numerose Suore camilliane impegnate nell’ospedale provinciale di Rieti. Una presenza preziosa, che svolge un compito delicato con competenza e umanità

È stata una grande festa quella celebrata nell’ospedale di Rieti nel giorno di san Camillo de’ Lellis. Partecipatissima la messa presieduta dal vescovo Domenico nella cappella situata nel corridoio d’ingresso del nosocomio, ma con i medici, gli infermieri e il personale della struttura sanitaria c’erano meno malati del solito: perché lo stile della sanità cambia e le degenze di pazienti in autonomia si sono ridotte, con le dimissioni che si fanno più frequenti e veloci.

Segni dei tempi che non cambiano di certo la gioia di chi, proprio nel segno di san Camillo, porta avanti la propria vocazione. Al de’ Lellis sono infatti sempre in servizio le Suore camilliane, impegnate nel nosocomio reatino dal 1901. Dalla loro casa, sistemata all’ultimo piano della struttura sanitaria, si muovono nei reparti di ortopedia, traumatologia, oculistica, medicina e trasfusionale. Una vocazione vissuta a metà tra la preghiera e l’assistenza, con la giornata che inizia poco dopo le 5, con il canto delle Lodi, la meditazione della Parola e la messa, per poi vedere le religiose all’opera a partire dalle 7.

«Cominciamo presto perché altrimenti non avremmo il tempo per la preghiera», ci spiegano. Una dimensione necessaria, perché «senza il continuo arricchimento che arriva dalla vicinanza al Santissimo, senza la presenza di Dio, saremmo personale qualunque». Una prospettiva di fede che si somma alla vita comunitaria, alla forza dello stare insieme in fraternità. Un’opzione che in qualche modo traduce in pratica quel desiderio di san Camillo di avere cento mani e cento braccia per poter servire tutti i poveri e i malati del mondo.

«Vorrei avere Cento braccia per poter fare… molto di più!». Tutti siamo cento braccia di San Camillo

Una vocazione al soccorso e al sostegno cui le Camilliane reatine guardano con gratitudine, perché «quello che si riceve dal malato è sempre più di quanto gli si può offrire. Noi ci siamo per accompagnare nel cammino della sofferenza, ma molte volte siamo noi a essere accompagnate da testimonianze straordinarie di accettazione del dolore con spirito di fede. Soprattutto dalle mamme, che talvolta soffrono il vuoto che lasciano in famiglia più della propria malattia».

Sono tante le persone che dimenticano la propria sofferenza per pensare agli altri

Un pensiero che ritorna esattamente a san Camillo, che riporta al suo invito a occuparsi dei sofferenti come un’amorevole madre si prenderebbe cura dell’unico figlio malato. Un approccio che, nel parlare di sanità, ci aiuta a mettere per un po’ da parte i problemi, le carenze, l’eterno dibattito sui tagli e sugli “efficientamenti”, per riportare lo sguardo sulla persona, sulla natura umana, sulle sue tante debolezze, ma anche sull’infinita bellezza che la illumina, sulla sua irriducibile grandezza.

Lo ha spiegato bene il vescovo nell’omelia, traendo dalla vita del santo una doppia lezione. Da un lato «la priorità delle esigenze del malato e della cura concreta dei suoi bisogni al di là di ogni altra considerazione tecnica o amministrativa: se l’ospedale perde di vista questo obiettivo, manca al suo scopo». Dall’altro la consapevolezza che «per i cristiani la cura dell’uomo non è a compartimenti stagni: il corpo e lo spirito. Ma un corpo nello spirito e comunque uno spirito dentro un corpo».

Per i giovani di oggi San Camillo è un vero modello da poter imitare e soprattutto per poter ritrovare dei veri valori

Una strada che le suore dell’ospedale di Rieti dimostrano con il loro servizio quotidiano del tutto attuale e praticabile. Anche per i nostri giovani: «Fino ai 25 anni – sottolineano – lo stesso san Camillo non aveva una direzione. Solo dopo la conversione, nella scelta del servizio, ha trovato un’identità e uno scopo».

Un senso di unità del quale, anche in questo tempo frammentato, conflittuale, colmo di fragilità e incertezze, si sente un estremo bisogno.


 

Approfondimento: Camillo de Lellis, da giocatore e soldato a «santo degli infermi»

Camillo de Lellis prima di diventare il santo dei malati e quello che i repertori definiscono un vero gigante della carità, ancor privo dell’abito religioso e di quella che il mondo considererà una volontà di ferro, condusse vita randagia. Amante dei giochi e di ogni forma di divertimenti, tra i quali era compresa la guerra, insofferente alle discipline, allergico agli studi e alle relative fatiche, sfidò rischi e inseguì avventure belliche in Dalmazia, in Africa; riuscì a riscuotere uno stipendio dalla Serenissima repubblica di Venezia e anche dalla Spagna. Fu una piaga a un piede che lo costrinse a entrare in San Giacomo degli Incurabili a Roma ma, allorché potè ristabilirsi, ritornò alle armi e al gioco. Anzi, lo fece con tanto entusiasmo da perdere tutti suoi averi. Sappiamo che nell’autunno del 1574, a 24 anni suonati, per evitare di chiedere l’elemosina si rassegnò a fare il manovale in una fabbrica di Cappuccini a Manfredonia.

CONVERSIONE

Dopo pochi mesi il santo luogo favorisce un cambiamento e, all’inizio di febbraio del 1575, succede qualcosa di particolare nel suo cuore di gaudente e sfaccendato: chiede e riceve l’abito dell’ordine per il quale stava sopportando pesanti fatiche. Tuttavia la piaga riprende a tormentarlo e, come ricorda Sanzio Cicatelli nel XII capitolo della «Vita del Padre Camillo de Lellis» (pubblicata a Viterbo nel 1615, ora disponibile on line sul sito www.camilliani.org), per questo malanno egli «vien licenziato dall’Ordine». Riprende la via di Roma per le cure, rientra a San Giacomo, ove – osserva ancora il ricordato biografo – egli volle «ritornare in Religione per consumar ivi la sua vita in santa penitenza». Al di là dell’aspetto agiografico, l’opera non manca di offrire alcune indicazioni, giacché Camillo si recò nella città eterna «non solo per guarir bene della piaga, ma anco per guadagnar il S.mo Jubileo dell’Anno Santo che in quel 1575 da Papa Gregorio XIII si celebrava». Il giocatore non è più tale, l’uomo d’arme pensa ad altro e, come narra appunto il Cicatelli, «avendo prima le sue devozioni prese, non volendo poi perdere vanamente il tempo per Roma si pose di nuovo a servire l’infermi di S. Giacomo degli Incurabili. Nel qual Hospidale con altra edificazione che non aveva dato la prima volta mutato affatto in altr’uomo circa quattr’anni perseverò, salendo di grado in grado per tutti gli Uffici di quel luogo».

IL SANTO DEI MALATI

Il resto della sua vita potremmo considerarlo una conseguenza di queste illuminazioni, una conversione che si completa nella loro pratica. Quella piaga al piede gli aprì gli occhi. da «soldataccio» diventa «frate Umile».

COME UNA MADRE

Occorre aggiungere che, proprio nella sua permanenza a San Giovanni, Camillo comprende ed elabora in termini definitivi la sua vocazione all’assistenza dei malati. Insieme ai primi cinque compagni che lo avevano seguito nell’esempio consacrandosi alla cura, dà vita nel 1582 alla Compagnia dei Ministri degli Infermi, la stessa che da papa Sisto V, nel marzo 1586, otterrà l’approvazione dei propri statuti. Il trasferimento nel convento della Maddalena diventa un ulteriore passo, così come la guida spirituale di Filippo Neri che lo riporta agli studi. Ed è grazie ad essi che il 26 maggio 1583 Camillo de Lellis potrà essere ordinato sacerdote. Cosmacini sottolinea come nel maturo e tardo Cinquecento codesti progetti si inseriscano nel quadro della Riforma Cattolica e come la Regola dell’Ordine camilliano, dettata ai «ministri dagli infermi» nel 1594, sia «edificante in ogni sua riga». Del resto, in essa «si parla di carità non solo fraterna, ma addirittura “materna”: i ministri devono assistere gli infermi come una madre potrebbe assistere il proprio bimbo malato».

RIVOLUZIONARIO

Camillo de Lellis restituisce attenzioni e comprensione in un’epoca nella quale una pestilenza era una calamità per noi inimmaginabile e in cui carestie e pratiche belliche erano normalità. Egli, come sottolinea nella conclusione del suo libro Cosmacini, «per l’eccellenza della sua opera» sarà «accreditato del titolo di riformatore dell’assistenza e, in questo libro, anche di rivoluzionario della cultura medico-sanitaria». C’è poco da aggiungere. Moltiplicò i luoghi di cura, fece del proselitismo che restò nel tempo, cambiò le regole che i secoli avevano elaborato negli ospedali. Utilizzando soprattutto quelle della sua fede.

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