Un itinerario di Brandi: “Pellegrino di Puglia”

Un itinerario quasi magico alla scoperta di una terra dai mille volti e dalle diverse anime

Ecco il tempo di agosto, il tempo dell’estate e delle vacanze, il tempo delle partenze verso le località marittime o montane, gli antichi borghi o le città d’arte: è il tempo del viaggio. A guidare il nostro percorso non è un moderno navigatore, ma un libro scritto sul finire degli anni settanta da un raffinato storico dell’arte: Cesare Brandi, “Pellegrino di Puglia”. Non si tratta di un volume pieno di descrizioni arzigogolate di luoghi e monumenti, o una classica e patinata guida dal sapere erudito. Brandi propone un itinerario quasi magico, un viaggio che è in se tanti viaggi, alla scoperta di una terra dai mille volti e dalle diverse anime, tra folklore e storia, tra arte e paesaggio, in luoghi talvolta arcaici in un tempo che pare immobile.
Si parte da Bari e ci si immerge subito in una festa, anzi nella festa, dove storia, tradizione popolare e rito cristiano si incontrano per accogliere il santo che vien dal mare, San Nicola di Mira: “e il vescovo prende codesta manna e la getta in mare: insemina, feconda il mare per gli industriosi baresi. Il mare, allora questo eterno ricetto materno, la Teti antica dell’inconscio, alla fecondazione nuziale risponde con l’urlo subitaneo e lacerante, discorde fino a raggiungere il più implacabile salasso elettronico. Quello (il Santo) gonfio e riluttante, bardato di gran pavesi e di lampadine con un’alcova di veli, come un’alcova l’aspetta. Il pubblico straboccante, meravigliosamente nero e rosso, brulicava sul lungomare, fitto come i punti di un quadro di Seurat”. C’è poi la città vecchia il cui aspetto ricorda l’oriente, con il suo aggregato urbano così simile al mondo arabo di Damasco, ma soprattutto ricorda Gerusalemme vecchia. Brandi infatti assimila la piazza antistante alla chiesa di San Nicola alla corte di una moschea e all’Haram di Gerusalemme. Ma non c’è solo il richiamo d’oriente, questo pellegrinaggio lungo il Tavoliere ci porta alla scoperta di tante culture che si incontrano, come alla corte di Federico II. Castel del Monte è “nella sua pianta d’una regolarità geometrica cha fa pensare più ai cristalli di neve che all’opera dell’uomo, c’è un segreto incontro di civiltà diverse, in ognuna canta nella sua lingua, eppure la polifonia è perfetta”. E se l’architettura lancia il suo acuto di perfezione cosmica, non di meno il paesaggio sa essere suggestivo e fiabesco nella sua semplicità, come a Martinafranca dove il Cesare viaggiatore è assuefatto da quella campagna festosa, con le sue colture linde, le aiuole cerchiate dai muretti ed i boschi cedui. I muretti a secco sono più di una consuetudine: “La Puglia si esprime in pietre a secco come le Alpi si esprimono nella baite di legno”. Ed il pensiero corre ad Alberobello, luogo primitivo e arcaico con i suoi trulli, eppure non così antico. Si arriva nel Salento dove c’è “Lecce gentile” come ama definirla Brandi. Patria di un barocchetto raffinato ed ecclettico, dove si combinano elementi moderni ed antichi senza soluzione di continuità: l’inquadratura dell’arco gotico e la colonna angolare tipica dei campanili campani sussiste con elementi settecenteschi; come i leoni, le aquile e i grifi esemplati sui modelli normanni che si accordano con i motivi ornamentali di estrazione romana. Anche la planimetria stradale e l’architettura degli edifici sembrano ora richiamare i palazzi del Fuga, ora le facciate del Borromini, ora le costruzioni del Vaccarini.
Ad accompagnare questo itinerario pugliese non ci sono solo le stupende descrizioni dell’autore, infatti la terza edizione di Editori Laterza è stata arricchita dai disegni di Renato Guttuso, opere sublimi e struggenti. Così lo storico dell’arte li descrive: “il disegno di Guttuso è come se sgusciasse quest’uovo primigenio. Brucia questa Puglia di Guttuso, nel suo impireo di sole, nelle sue pieghe carsiche, nella sua ordinata resistenza di innumerevoli plotoni affiancati di ulivi, e il cielo sempre azzurro che lambisce il mare senza staccarsene, che si cementa alle Murge senza lasciare spiraglio, è come fedelmente ritratto in quell’orlo di nero che cinghia le immagini”.

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