Terremoto: il conforto della preghiera non lascia gli anziani colpiti dal sisma

Anziani colpiti dal terremoto sono ospiti di una casa di riposo del capoluogo. Il sisma ha interrotto la loro quotidianità, ma non ha spezzato la loro fede.

«Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: “Cantateci i canti di Sion!”. Come cantare i canti del Signore in terra straniera?» (Sal 136,1-4).

È con questo salmo che il popolo ebraico esprime la sua disperazione, durante l’esilio babilonese. Siamo dopo la distruzione di Gerusalemme, nel 586 a.C. È anche un canto di speranza, di affidamento al Signore, di attesa della sua salvezza, che non verrà a mancare.

Le parole di questo salmo sono entrate nella mia mente, durante la liturgia della Parola, che celebro ogni martedì in una casa di riposo cittadina. Era il giorno dei solenni funerali delle vittime del sisma ad Amatrice. Ci sono undici ospiti anziani giunti dalla loro terra martoriata.

Ho cercato di non far apparire la mia commozione. Avevo davanti i loro volti con lo sguardo perso nel vuoto, il trauma appena subito che ha stroncato le loro esistenze e i loro affetti più cari.

Poi sono stato preso dallo stupore: nel momento della preghiera ho visto vedevo i loro sguardi di nuovo vivi e attenti, le loro bocche che senza esitare pregavano ad ogni passo della liturgia. Soprattutto le donne: il Gloria, il Credo, il Padre Nostro e l’Ave Maria recitati senza esitazioni, con gioia, come se nei loro polmoni passasse un vento forte, un soffio inarrestabile.

Hanno rivissuto la loro quotidianità, fatta di lunghe giornate coronate con la messa serale in parrocchia e trovato sollievo in quel Dio che non è capace di far male ai suoi figli, ma di consolarli dalle macerie umane.

Tra loro una anziana non vedente. Ha perso l’unico figlio, che la accudiva. Mi ha chiesto una preghiera:

— Padre! Padre vieni, ho bisogno di una preghiera

— Signora, non sono un prete.

— Non fa niente, sei sempre un uomo di Dio.

Le ho accarezzato le guance, le ho stretto le mani e ci siamo lasciati, io con un grande magone dentro e lei più sollevata. Tornerò la prossima settimana tra loro, a celebrare quella Parola di Dio che è più efficace di qualsiasi medicina, che penetra nei cuori sanando quelle ferite che mano d’uomo non potrebbe che alleviare.

Tornerò da quei fratelli, che in pochi secondi hanno perso tutto e come il popolo ebraico in esilio, pregano il Signore anche in quella “terra straniera”, dove sono accuditi e confortati; una terra che non è loro, non è quella dove sono invecchiati e dove avrebbero serenamente concluso la vita.

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