Riscoprire l’importanza del testo

Cosa hanno in comune la nostra esperienza di lettori sbadati e distratti e i condizionamenti che ci tengono ostaggi di un potere subdolo?

Jean Leclercq – qualche mese fa si è celebrato il centenario della sua nascita – era un monaco benedettino ed è stato uno dei massimi studiosi del pensiero e della spiritualità monastica del Medioevo. A lui si deve un decisivo allargamento di prospettiva in questi studi; egli, infatti, ha dato un contributo fondamentale alla riscoperta della «teologia monastica», cioè di quella che non si faceva nelle università e nelle scuole – «scolastica» – bensì nei monasteri. Una teologia che non punta prioritariamente all’elaborazione teorica e sistematica, ma all’immedesimazione esistenziale, al cammino spirituale.

Nel suo capolavoro Cultura umanistica e desiderio di Dio Leclercq ricorda che la molla che spingeva tanti uomini del Medioevo a farsi monaci era, in sintonia con l’impostazione di san Benedetto, esattamente il «desiderio di Dio». A questo era finalizzato ogni aspetto della vita, compreso lo studio. Nel crogiuolo di questi due elementi, presi nel giusto ordine gerarchico, è fiorita, la grande sapienza di san Bernardo di Chiaravalle, uno degli autori più studiati da Leclercq, e di molti altri da lui riscoperti.

Cultura umanistica e desiderio di Dio, spiegando formazione, fonti e frutti della cultura monastica, è ricchissimo di spunti d’insegnamento anche per noi oggi. È davvero interessante riportare alcuni brani in cui Leclercq illustra che cosa significasse per i monaci medievali leggere e riflettere su quanto si è letto. Per noi, quando non è una frettolosa ricerca di stimoli o di informazioni che subito svaniranno, la lettura è sostanzialmente il tentativo di immagazzinare dei concetti. Per i monaci, mossi dal «desiderio di Dio», era operazione del tutto differente; per loro «leggere un testo era impararlo a memoria nel senso più forte di questo atto, cioè con tutto il proprio essere: con il corpo poiché la bocca lo pronuncia, con la memoria che lo fissa, con l’intelligenza che ne comprende il senso, con la volontà che desidera metterlo in pratica». Dunque, un atto che coinvolge tutto l’io e non solo i neuroni del suo cervello. Questo metodo, scrive più avanti Leclercq, «porta a riconoscere grande importanza al testo e alle singole parole». Tanto che i teologi monastici chiamavano la loro riflessione ruminatio, proprio come fa un bovino che ha appena pasturato. Riflettere «significa aderire strettamente alla frase che si ripete, pensarne tutte le parole per giungere alla pienezza del loro senso». È un’azione che «assorbe e impegna tutta la persona» e si trasforma «necessariamente in una preghiera».

Sicuramente una modalità da riscoprire nella nostra superficiale frenesia di lettori sbadati. Del resto, dice ancora Leclercq, i monaci avevano un compito, quello di «mostrare, con la loro stessa esistenza, la direzione in cui bisogna guardare». Non solo nel Medioevo. È facile rubricare come oscurantista un periodo storico decisamente fervido di spunti di crescita, oppure cadere nel luogo comune che vuole il passato come una fase da cui non poter attingere nulla per cogliere le coordinate del presente. Eppure nella lezione di questi monaci c’è tanto da prendere sia per gli operatori dell’informazione che spesso non sanno “leggere” la realtà e quindi vivono solo per enfatizzare l’inutile e il banale, sia per gli stessi lettori che non riescono più a “leggere” quello che viene loro propinato ogni giorno dai mass media. Riscoprire il senso di un gesto semplice e naturale come la lettura, di un giornale come di un libro, può contribuire ad accrescerne la passione e lo stimolo e quindi a proporsi come presenza viva nei meccanismi fagocitanti e distraenti dell’oggi. Senza accettare supini condizionamenti o rimanere ostaggi di un potere subdolo.

 

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