Televisione

Rai, questo tempo è “doc”. Giammaria: l’ora di osare

Fra innovazioni tecnologiche e un diverso rapporto con la tv nell’era del Covid, ecco la scoperta di un genere "marginale". Il direttore di Rai Documentari: «Basta comprare, diciamo la nostra»

Sarà che la tecnologia permette di effettuare riprese e ricostruzioni sempre più sorprendenti; sarà che il Covid ci costringe a casa e quindi ad affinare il nostro rapporto con la tv, districandoci fra nuove piattaforme e una variegata offerta dei canali del digitale terrestre e delle pay; ma oltre al boom delle fiction e delle serie, questo è anche il tempo dei documentari. Una vera e propria golden age. Accanto alla voglia di relax e di evasione, c’è un desiderio di sapere e di conoscenza.

I tre milioni di spettatori per Pompei. L’ultima scoperta andato in onda nei giorni scorsi su Rai 2 in prima serata lo dimostrano ampiamente. Ne è consapevole Duilio Giammaria, a capo della nuova direzione di Viale Mazzini, Rai Documentari, battezzata nel gennaio dello scorso anno con una missione: la produzione, la co-produzione, l’acquisto di documentari in tutte le sue forme per alimentare i palinsesti di tutte le reti e piattaforme Rai. Una creazione pre-Covid che ha dovuto fare i conti con l’emergenza sia dal punto di vista organizzativo, sia della produzione. Giornalista di lungo corso, Giammaria, 60 anni, in Rai dal 1985, dopo le corrispondenze di guerra per il Tg1 e i programmi di approfondimento, i reportage e i documentari realizzati negli anni, le conduzioni di programmi generalisti come Uno Mattina fino alle inchieste di Petrolio, ha assunto la guida di questa nuova avventura lanciando uno slogan che la dice tutta: «Il coraggio di osare».

Direttore, poi è arrivato il Covid e c’è voluto molto coraggio…

La considero una parola chiave, soprattutto in momenti come quello che stiamo vivendo. La virtù più importante, da trasmettere ai giovani. Darsi delle mete ambiziose e provarle a raggiungere, solo così si possono fare grandi cose.

Fra rivoluzioni tecnologiche e nuovi stili di vita, per la tv sono tempi di sfide…

La tv si è dovuta reinventare. L’offerta principale su cui si fondava l’azienda era il cosiddetto ‘flusso diretto’, fatto di trasmissioni con conduttori e ospiti, di diverso genere, a scapito di contenuti a ‘flusso ripetuto’, come fiction, ma soprattutto documentari. Questa emergenza, ma anche i cambiamenti che da alcuni anni interessano il mercato televisivo con la diffusione di piattaforme come Netflix, hanno rivoluzionato il modo di fruire la tv. Lo vediamo anche con i risultati di RaiPlay. La Rai ha fatto e fa del suo meglio per restare al passo e farsi lei stessa motore di innovazione.

Il ‘noioso’ documentario scopre di avere appeal?

Da genere marginale nella dieta italiana del consumo televisivo, il documentario sta guadagnando spazi e attenzione. E potrà diventare un piccolo-grande avamposto di un nuovo modo di interpretare e governare la produzione televisiva, indirizzando temi, proponendo linee di racconto diverse, interagendo con altri generi e stili. Per la Rai è una occasione per dimostrare di saper fare e rappresentare al meglio l’autentico servizio pubblico.

Qual è il valore del documentario?

I documentari comunicano al mondo chi siamo e portano il mondo a casa dello spettatore. Arricchiscono la vita delle persone e hanno la caratteristica peculiare di coinvolgere e collegare il pubblico, trasformare le comunità, perfino migliorare nel suo complesso la società. Perché nel raccontare una storia, si manifesta un punto di vista, si suscita la riflessione, si apre un dibattito. Si può guardare il mondo, piccolo o grande che sia, con occhi diversi.

All’estero è un genere con una filiera televisiva consolidata da tempo…

Sì, e per questo dobbiamo fare di più. Il documentario nel 2019 ha rappresentato il 31% degli investimenti nel genere audiovisivo nel mondo, quasi raggiungendo la fiction. La Bbc è il primo committente al mondo; in Francia si producono 2000 ore di documentari originali all’anno, con un investimento da parte di France Télévision pari a 100 milioni l’anno. In Germania la Zdf trasmette 400 ore di doc. Senza dimenticare Arte, che, con un budget complessivo di 600 milioni, un terzo dei quali dedicato al documentario, è uno dei giganti europei del genere. Noi dobbiamo scegliere cosa fare: abbandonare quell’atteggiamento di rinuncia, limitandoci a comprare e doppiare, per spostarci sul fronte della produzione, fare crescere le nostre professionalità, dire la nostra.

Il successo di Pompei. L’ultima scoperta dà fiducia?

Un progetto che non è targato Rai, anche se l’intuizione è Rai e il progetto parla italiano. Una co-produzione che ha visto in prima linea France Télévision e che abbiamo seguito dal 2017 a oggi, come fosse nostro. Sono stati necessari 100 giorni di riprese in due anni per produrre un doc di un’ora e mezza. Ha coinvolto una equipe di esperti, maestranze, ha permesso un racconto in presa diretta e la ricostruzione virtuale delle straordinarie scoperte dell’antica Pompei. La strada è tracciata.

Ieri sera abbiamo potuto vedere in seconda serata su Rai 1 un inedito Eduardo…

Dopo il film Natale in casa Cupiello, ecco il nostro racconto, dando voce ai nipoti, che hanno aperto i cassetti di casa permettendoci di entrare dentro il mondo di Eduardo, lì dove nasceva l’idea, gli spunti della vita quotidiana che poi sono diventati piece che hanno fatto commuovere il mondo.

I prossimi documentari che vedremo quest’anno?

Stiamo lavorando molto sulla storia italiana, a cominciare dal fascismo. In The Mayor, sottotitolato M come Mussolini, M come Museo andremo per esempio a Predappio, e racconteremo la storia del sindaco che si trova a gestire il luogo di sepoltura di Mussolini e la sua discussa proposta di un Museo del fascismo. Sarà il tentativo di ragionare, di fare quel processo di analisi che i tedeschi hanno fatto meglio di noi sul nazismo… Un documentario deve avere la capacità di toccare un rimosso e riportalo in luce.

E poi?

Mediterraneo, una grande co-produzione sulla ricchezza antropologica del mare nostrum: sei pezzi da 50 minuti per tre prime serate. Ricorderemo Dante in quest’anno che lo vede protagonista. Il 23 gennaio, in seconda serata, su Rai 1 vedremo poi Anne Frank. Vite parallele, il 7 febbraio in day time proporremo Cortina 2020 sui prossimi Campionati del mondo di sci alpino. Stiamo lavorando poi con Officine Vaticane per aprire un dialogo con la spiritualità. Ci rendiamo conto che quando parliamo di Chiesa, di cristiani o cattolici, un certo mondo ha un’idea parziale: ci piacerebbe che diventasse una materia di analisi e dibattito. La croce e la svastica racconterà come il mondo cattolico abbia patito e combattuto il nazismo.

Nella divulgazione scientifica televisiva lo stile Angela ha fatto scuola. Possono esserci altre strade?

La produzione di documentari permette approcci i più diversi. Personalmente penso che un interessante spazio di sperimentazione possa essere nel dialogo fra fiction e documentario.

Come?

Prendiamo L’amica geniale. Romanzi popolarissimi diventati fiction altrettanto popolari, non solo in Italia. Mi piacerebbe realizzare dei documentari in questo solco: raccontare la Napoli periferica dagli anni Quaranta ai Settanta, seguendo la traccia degli episodi. Una complementarietà fra fiction e documentari.

Lei è passato dai reportage di guerra alla conduzione. Come si trova in questo nuovo ruolo?

Ho avuto la grande fortuna di lavorare per una azienda come la Rai che mi ha dato la possibilità di essere il più umile dei programmisti registi e di farmi crescere fino a diventare una delle figure apicali. Non posso che essere orgoglioso di questo. Ma una cosa mi accompagna da sempre: l’istinto giornalistico. Dopo l’assalto a Washington abbiamo subito lavorato a una biografia intima di Biden e Trump che proporremo il 16 in seconda serata su Rai 1, doc presentato da Monica Maggioni e intitolato Il metodo Biden.

Se dovesse girare un documentario sulla sua carriera come si racconterebbe?

Rifletterei sul tema della guerra. Dalle memorie di mio papà partigiano a Milano alle guerre che mai avrei pensato di incontrare, diventate esperienza totalizzante in tante occasioni della mia vita professionale e umana, da Sarajevo al Libano, dall’Afghanistan all’Iraq. Un racconto per riflettere su cosa porta alla catastrofe. Su quale è il punto di rottura umanitaria e sociale, perché non si ripeta.

da avvenire.it

 

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