Quel saio con la macchina fotografica. In ricordo di padre Anavio

Una grande perdita per il Leonessano, per la comunità cappuccina, per i devoti di san Giuseppe da Leonessa sparsi in ogni dove. Quelli che, attraverso la rivista bimestrale Leonessa e il suo Santo, e negli ultimi anni anche attraverso la sua versione online, si mantenevano legati alla devozione verso il grande cappuccino e in generale alla vita dell’altopiano. Merito di fra Anavio Pendenza, che gran parte del suo apostolato lo ha speso a servizio della diffusione del culto del suo correligionario e che ora lo ha raggiunto nella pace dei giusti. Padre Anavio si è spento, all’ospedale di Terni dove era ricoverato (e dove i due confratelli del convento leonessano, assieme all’instancabile colf Simonetta, si sono alternati per assisterlo giorno e notte nello stadio finale della malattia oncologica che l’aveva colpito nell’estate scorsa), all’indomani della festa liturgica del san Giuseppe più noto, lo sposo di Maria, giorno in cui ricorreva il suo 49° anniversario di ordinazione presbiterale. Quando gli si parlava del prossimo traguardo del cinquantesimo di sacerdozio che avrebbe celebrato nel 2019, allargava le braccia, come per dire: «se Dio vorrà ci arriverò…».

Non ha fatto in tempo ad arrivarci. Si è recato un po’ prima a ricevere il premio promesso da Dio ai suoi servi fedeli. Lui che lo ha servito con profonda dedizione da frate francescano e da prete, trascorrendo quasi tutta la sua vita religiosa e sacerdotale a Leonessa, dove ebbe ben presto in eredità la rivista legata all’illustre compaesano che monsignor Chiaretti, don Conte e i Cappuccini avevano da poco creato. Fu insegnante di religione, più volte padre guardiano, parroco delle Ville del Piano (la parrocchia che raggruppa le frazioni più basse del Leonessano, tra Villa Lucci e Villa Bigioni). E nel dirigere la rivista, e poi anche il sito, ebbe modo di espletare alcune sue passioni: la fotografia (chi non notava quel saio marrone con la macchina fotografica appena al collo in ogni occasione), l’amore per la montagna e i sentieri cari al santo suo confratello, la passione per la grafologia (scienza che aveva studiato con meticolosità e in cui si dilettava, trovandogli spazio anche sulle pagine del giornale).

Prima che la situazione della malattia precipitasse, aveva fatto in tempo a pubblicare il primo numero del 2018 della rivista, firmandone l’editoriale in cui, facendo il confronto con le uscite del 1990 in cui la pubblicazione vantava fior di collaborazioni e creatività, invitava ad affrontare le criticità che il nuovo panorama informativo pone oggi, in cui lo spopolamento e il boom dei social e dell’informazione digitale costringe un po’ a ripensarsi, soprattutto nel rivolgersi ai più giovani, auspicando che «questi nuovi rapporti sociali non devono allontanare i nostri giovani dalla rivista, strumento utile per conoscere la vita della nostra comunità, per riflettere sugli avvenimenti del nostro tempo e per raccontare notizie ed esporre opinioni. Questi elementi sono la “bussola” che orienta il cittadino verso un autentico pluralismo». E concludeva: «Cari leonessani, non rassegnamoci ma combattiamo le difficoltà per rendere migliore Leonessa. E ricordiamoci che “Le difficoltà rafforzano la mente, come la fatica rafforza il corpo” (Seneca)». Un lascito per chi da padre Anavio sarà chiamato a raccogliere il testimone.

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