Chiesa di Rieti

Paura, meraviglia e uno sguardo nuovo sui nostri fratelli

Le imprevedibilità della pandemia e l’ultima enciclica di papa Francesco "Fratelli tutti" è quanto il vescovo Domenico ha messo alla base delle sue considerazioni nel consueto appuntamento di inizio Avvento con gli operatori pastorali

Che ci riserverà il Natale? «Ormai se ne parla dappertutto di questo che sarà un Natale sui generis e tutti vogliono dire la loro sul Natale».

E così su “un Natale con molte sorprese” il vescovo Domenico ha voluto incentrare la sua riflessione in quello che è l’appuntamento ormai di prassi nella domenica che precede l’inizio dei “tempi forti”: quello che fa incontrare gli operatori pastorali. Niente aula magna del centro di Contigliano, però, stavolta: la pandemia che è tornata a farsi sentire pesante, e che impedisce i raduni in presenza, obbliga a ritrovarsi online. E su GoTo Meeting si ritrovano in oltre 120, fra laici dei vari “giri” parrocchiali e diocesani, oltre a un po’ di suore e qualcuno di preti e diaconi che il pomeriggio domenicale di Cristo Re vuole dedicarlo a questo piccolo approfondimento pastorale che il vescovo Domenico propone pensando a quel che ci aspetta: un Natale un po’ insolito, ma soprattutto una ripresa, quando potrà essere, che non potrà non fare i conti con quanto accaduto.

Le imprevedibilità della pandemia e l’ultima enciclica di papa Francesco Fratelli tutti è quanto monsignore mette alla base delle sue considerazioni. A partire dai due «sentimenti contrastanti» che hanno caratterizzato, e continuano a caratterizzare, questi mesi assurdi: paura e meraviglia.

Paura, innanzitutto: quella paura che il Covid fa vivere come un’esperienza ormai quotidiana, sin dal mattino, dice don Domenico, «quando iniziamo la giornata e cerchiamo di predisporre tutte le condizioni di sicurezza, e fino a tarda sera c’è sempre la paura che fa capolino. Non eravamo abituati a fare i conti ogni giorno con la paura, eravamo abituati a una società tecnologica iperprotetta…». E però la paura può declinarsi con due significati: i greci, ricorda il vescovo, avevano infatti due parole distinte per indicare la paura: «phobos che è il terrore, il panico, che ci mette in agitazione, che sembra bloccare il nostro cuore, e thauma che indica un turbamento che sconvolge, lo sgomento di fronte a qualcosa di inaspettato che al contempo ci fa meravigliare e ci fa sgomentare. Per interpretare il momento nel quale siamo immersi dobbiamo far ricorso a tutti e due questi significati: terrore e meraviglia».
In effetti il virus «ha portato allo scoperto la paura radicale, che è la paura della morte», quella che «la società ipertecnologica aveva rimossa» e la pandemia ha rimesso «al centro della giornata di ciascuno». La paura, prosegue Pompili, «è tutt’uno con una allergia che avevamo contratto: l’incapacità di riconoscere la nostra fragilità.

Senza tematizzarla, questa carenza ha prodotto una società che non conosce limiti e che al solo pensiero che ci si possa o debba autolimitare grida allo scandalo. La malattia virale, per contro, ci ha messo con le spalle al muro e costringe a negoziare libertà con sicurezza, libertà di poter invitare chiunque a casa, di poterci anche incontrare, e questo ci porterà probabilmente presto a dover rivedere i nostri stili di vita», anche nella pastorale, ovviamente.

Poi c’è però l’altro significato: paura come “meraviglia”, «cioè attiva uno sguardo ‘altro’ sulla realtà. In particolare, la meraviglia è un po’ quella sensazione per cui all’improvviso ti sembra guardare alle cose con la capacità di superarle, e soprattutto oltre quella logica a compartimenti stagni che ha caratterizzato la nostra epoca, che ci ha portato a vivisezionare la realtà, a perdere quell’approccio ‘olistico’, capace di guardare all’insieme e non ai dettagli», e qui monsignore ha ricordato le parole che nella piazza San Pietro vuota, sotto la pioggia, volle dire il Papa: «credevamo di essere sani in un mondo malato». Dinanzi a quel che è successo, meravigliarsi significa darsi una scossa. La strada da percorrere è quella «di trovare un nuovo equilibrio tra individuo e comunità, superando quello ‘scisma’ che si è prodotto in nome del “si salvi chi può”, o più banalmente, del “io speriamo che me la cavo”».

Difficile dire che cosa accadrà nel prossimo futuro. Ma, ribadisce don Domenico, «di sicuro la pandemia segna una cesura, una sorta di separatezza tra quello che è stato finora e quello che sarà dopo e ci costringe a rivedere tutto quello che fin qui abbiamo considerato ovvio, e in particolare le cose decisive della vita: la salute, in primo luogo; il lavoro, la scuola, la comunicazione, la politica, la fede». Da riconsiderare tenendo bene a mente quel “tutto è connesso” caro a papa Francesco. Con la saggezza del ricordare che «non si può andare per compartimenti stagni». Insomma, dalla paura trarre qualcosa di utile: senza pensare che siamo ormai fuori (servirà ancora pazienza per diversi mesi, avverte don Domenico), «pensare di tornare in tutto a come era prima è un’ingenuità che non ci possiamo permettere: ne verremo fuori solo a condizione di trasformare il panico in responsabilità».

Come andare ad affrontare quello che ci aspetta? Da credenti, il percorso non può che essere quello che dice condivisione, apertura all’altro, sostegno reciproco. Quello ben tracciato nell’enciclica che il Pontefice ha firmato ad Assisi sulla tomba di san Francesco.

Monsignor Pompili ripercorre sinteticamente struttura del testo di Fratelli tutti e gli atteggiamenti che il magistero di Bergoglio offre come prospettiva giusta. E ha poi messo in evidenza tre passaggi particolarmente rilevanti: quello in cui il Papa invita a non avere paura, che ci chiede, sottolinea il vescovo, «di guardarci dalla deriva dell’indifferenza»; la condanna degli atteggiamenti di odio, violenza, xenofobia, chiusura; e la sottolineatura del Pontefice della fraternità come condizione per la vera libertà.

«Libertà ed eguaglianza sono necessarie, ma non sono sufficienti», incalza il vescovo. Il mondo moderno ha abbastanza ben lavorato su esse, ma ancora fatica molto «a cogliere le logiche della fratellanza, senza la quale non vi è né vera libertà, né vera uguaglianza. La prima orienta all’individualismo, la seconda alla omologazione. Pertanto si tratta di “dare radice” alla libertà e alla uguaglianza, che non stanno all’inizio, ma nelle conseguenze di una “amicizia sociale” e di una “fratellanza univarsale”. Si potrebbe dire che Francesco non rinuncia affatto ad abitare il mondo moderno. Ma vuole innestare la libertà e l’uguaglianza nella fraternità, non viceversa».

E con questo stile “fraterno” occorre pensare alla vita ecclesiale del post pandemia. Pompili conclude il suo intervento profilando delle idee che definisce “ingenue” su quello che tutti, anche «la più ‘scalcagnata’ delle parrocchie delle periferie», saremo chiamati a fare. Declinandolo in «quattro “conversioni” da attuare».

Innanzitutto, «una conversione sociale. Quando chi attacca il Papa perché troppo esposto ai temi sociali, si fa un grande torto al papa e alla fede» e qui monsignore fa riferimento al brano di Matteo letto proprio nella liturgia di Cristo Re, quel “lo avrete fatto a me”, per ricordare come evangelicamente parlando «il tema della vita eterna non è mai separato da quello della vita presente». Occorre allora cogliere «la provocazione di papa Francesco» su un mondo che non ha ben maturato l’atteggiamento di fraternità. E come Chiesa serve «un cambio di passo che inquadri sempre meglio il singolo dentro la propria comunità di appartenenza». Il che significa, per la vita parrocchiale, una parrocchia capace di guardarsi intorno, «che cerchi di capire dove si trova e cerchi di capire i bisogni di chi ci vive», Una parrocchia che non sia «definita solo dalla chiesa parrocchiale, ma soprattutto dal contesto delle persone».

La seconda conversione di cui parla Pompili «è quella culturale: una mentalità che deve cambiare, passare dalle cose da fare alla priorità delle e relazioni». Abbandonare il modello del mondo di oggi in cui «si deve badare soprattutto a funzionare. Occorre ancor prima esistere e si impone la relazione che guarda al mondo». Per la parrocchia, ciò significa che prima degli spazi fisici contano «le relazioni che a quegli spazi fanno riferimento». Anzi, se il Papa nell’Evangelii gaudium ribadisce che “il tempo è superiore allo spazio”, dobbiamo convincerci che «ci può essere Chiesa anche senza spazi fisici».

Poi c’è la conversione ecologica, prosegue monsignore. È quella che «ha a che fare con il passaggio dal fare al contemplare», parola quest’ultima, in cui «mettiamo dentro un po’ tutto, compresa la dimensione liturgica. Nonostante le limitazioni di questo tempo speciale, tutti ci siamo resi conto quanto sia importante questa dimensione» e a tal proposito il nuovo Messale, che entrerà in uso con l’Avvento, «ci invita anch’esso a questa conversione. Una nostra nuova maniera di guardare alla realtà. Con lo sguardo di chi contempla. Il che consente di ritrovare uno sguardo autentico che cambia il nostro approccio». Pompili ripete l’invito che il Papa ha rivolto alla sua diocesi di Roma a «“rompere tutti gli specchi di casa” e cioè smettere di guardarci allo specchio, di misurare noi stessi, mentre quel che è importante è guardare oltre, altrove». Dunque un una conversione che «ci aiuti a guardare fuori della nostra parrocchia per superare quell’autoreferenzialità» che rende sterile e fa implodere la vita parrocchiale.

Infine una conversione pastorale «e cioè il passaggio da un’impostazione prevalentemente “maschile” a una molto più “femminile”, cioè passare dal potere alla cura», ricordando che il “curare” è una dimensione essenziale dell’annuncio che Gesù è venuto a portare.

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