Pastorale della Salute: un anno di “Chiesa in uscita”

«Guardando all’Anno Santo appena concluso, mi pare che il fatto più significativo per la pastorale sanitaria sia stato l’avvio del Centro Sanitario Diocesano in via San Rufo, da leggere insieme alla scelta di unirlo in un’unica sede con l’Ufficio di curia. È stata un’intuizione del vescovo Domenico di cui oggi sperimentiamo tutta l’efficacia, perché arrivano continuamente persone, telefonate, richieste di informazioni e di aiuto».

A parlare è il diacono Nazzareno Iacopini, direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute, intercettato proprio in ospedale a margine della messa celebrata nella cappella del nosocomio dal vescovo Domenico nel giorno di santa Lucia.

«Il “de Lellis” – ci spiega – viene curato in modo speciale. Nei suoi corridoi si avvicendano a turno quattro cappellani: il doppio rispetto alla richiesta della Asl. È una risposta spirituale importante che la Chiesa di Rieti intende dare a tutte le persone nella fragilità, comprese quelle travolte dal terremoto nei mesi scorsi».

A questo proposito viene in mente che il vescovo Domenico aveva visitato l’ospedale di Amatrice pochi giorni prima della scossa del 24 agosto…

Infatti, ma anche dopo il sisma la vicinanza della Chiesa nelle aree terremotate non è mai mancata. Da quando la terra ha tremato c’è stata una presenza costante dello stesso vescovo e di tanti sacerdoti. Ma non solo: la Confraternita di Misericordia di Rieti è stata tra le prime realtà operative sui luoghi del sisma. Con silenzio e riservatezza i confratelli hanno svolto per la popolazione un servizio assolutamente prezioso. E come Pastorale della Salute abbiamo cercato di rispondere a tutte le richieste, sia nei territori immediatamente colpiti che a Rieti. Dopo i crolli, infatti, molte persone hanno trovato un appoggio nel capoluogo, ma lo spaesamento era totale. In tanti hanno lasciato tra le macerie il libretto sanitario, le ricette, i referti, il rapporto con il proprio medico. A tutti il Centro Sanitario Diocesano ha cercato di offrire l’assistenza più completa possibile: dalle visite al recupero delle cartelle cliniche. E senza mai diminuire nell’attività ordinaria.

Com’è la situazione del Centro al netto del terremoto?

Le richieste sono in aumento. Giorno dopo giorno scopriamo tantissime persone in grande difficoltà. Alcuni vengono per fare l’ecografia che non si possono permettere, o per l’elettrocardiogramma. Molti vengono per le medicine: grazie al banco del farmaco riusciamo a coprire quasi tutte delle richieste. E fa pensare che spesso si tratta di fornire cose apparentemente banali, come lo sciroppo per la tosse.

A chiedere aiuto sono più italiani o immigrati?

Senz’altro più italiani, ma vengono anche cittadini stranieri, soprattutto persone di colore, ma anche uomini e donne dell’Europa dell’Est. Spesso il bisogno è quello di piccole medicazioni, oppure di visite. Tante donne straniere, ad esempio, si rivolgono al Centro Sanitario per le visite ginecologiche. Che approccio hanno gli stranieri con l’assistenza sanitaria? Molto spesso si avvicinano con un certo timore. Poi capiscono che l’accoglienza è quella di una famiglia e si tranquillizzano. La diffidenza maggiore la si trova in chi arriva dall’altra parte del Mediterraneo. Da questo punto di vista il Centro Sanitario dà forse anche un minimo contributo al processo di integrazione.

Quante persone si rivolgono al Centro Sanitario Diocesano?

Credo che alla fine dell’anno raggiungeremo i seicento assistiti. Per una struttura tutta basata sul volontariato è un numero importante. Ma credo che il bisogno da intercettare sia anche maggiore.

In questo periodo c’è una forte polemica sul fronte della sanità pubblica a Rieti. Molte associazioni del terzo settore si sono riunite in un comitato e danno battaglia per il diritto alla salute. Il Centro Sanitario diocesano è una risposta della Chiesa a questi problemi?

No. Il Centro Sanitario della diocesi nasce in una prospettiva completamente diversa. Non è in competizione con la sanità pubblica, né vuole fare concorrenza all’attività privata. Esso è stato concepito in un’ottica esclusivamente caritativa, e non per supplire alle carenze, vere o presunte del sistema sanitario. Il che non vuol dire che non si possa collaborare con la Asl o condividere qualche buona battaglia del mondo associativo. Ma il senso di realtà è sempre preferibile alla polemica fine a se stessa.

C’è una sintesi possibile tra le diverse posizioni?

Dal punto di vista sanitario, mi sembra che sia decisivo ottenere il riconoscimento per Rieti di zona disagiata. Sarebbe un atto che rende giustizia alla verità delle cose, e aprirebbe alla possibilità di superare le tante limitazioni in fatto di assunzioni di personale e costi che oggi mettono in difficoltà il sistema.

Dunque la Chiesa non rinuncia a dire la sua…

Al contrario: la “Chiesa in uscita” è quella che partecipa, è presente, suggerisce. In questa direzione va l’incontro formativo che stiamo preparando per la fine di gennaio sul tema de “L’etica nell’attività sanitaria”. Ci preme dimostrare che anche in campo sanitario esiste una via cristiana per affrontare le difficoltà. E che anche in tempo di forte crisi economica, e non solo, si possono salvaguardare le persone malate. Se davvero ci sono tagli da fare, non possono colpire le fasce più povere e fragili, alle quali, al contrario, è necessario rivolgere un’attenzione particolare. Ce lo sta insegnando il vescovo con le visite in ospedale, alle Rsa e alle case di riposo di tutta la diocesi in questo tempo di Avvento: la Chiesa c’è, si interessa, è vicina a tutti.

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