Chiesa di Rieti

Padre Mimmo e padre Carmelo arrivano ad Accumoli: «Apprezzate la ricchezza della vita così com’è adesso»

Lo scorso primo ottobre, padre Mimmo e padre Carmelo sono approdati nel villaggio Sae di Accumoli, che sarà la loro casa per i prossimi anni

Lo scorso primo ottobre, padre Mimmo e padre Carmelo sono approdati nel villaggio Sae di Accumoli, che sarà la loro casa per i prossimi anni. Un convento del tutto particolare, che non si trova in un eremo o alla periferia della città, ma all’interno di una casetta d’emergenza posta nel cuore di un’area che, da tre anni a questa parte, rappresenta il nuovo quartiere di molte persone.

Entrambi i frati sono felici di aver intrapreso questo nuovo percorso, ultima tappa di un percorso spirituale che li ha condotti fino al paese terremotato. Padre Mimmo proviene da un convento del foggiano, dove curava la parte gestionale ed economica della comunità. «Durante il Capitolo Intermedio, in cui si è deciso chi dovesse partire per le zone terremotate, ho ricevuto la chiamata dal frate superiore e la mia risposta è stata immediata: quando parto?».

Una gioia che pervade tuttora il frate, contento del compito ma consapevole del compito «così importante e delicato, nel quale saremo guidati dall’aiuto del Signore».

Diversa la formazione di padre Carmelo che, lo scorso luglio, è tornato da una missione in Africa durata ben 16 anni.

«Tutto è nato – racconta – dalla mia richiesta di tornare in Italia. Da qui, rispondendo alla decisione dello scorso Capitolo, che prendeva in considerazione la possibilità di aprire una fraternità inserita in una realtà concreta anche nelle zone terremotate, ho dato subito la mia disponibilità: sarei partito anche da solo se fosse stato necessario».

È sicuramente presto per fare un bilancio dettagliato di questa nuova avventura, ma pur in pochi giorni di permanenza nei luoghi del sisma i due frati hanno avuto modo di elaborare le prime riflessioni. «Abbiamo notato – afferma padre Mimmo – che le persone si stanno ripiegano un po’ su se stesse a causa del proprio dolore e dunque hanno bisogno di una mano che le aiuti a raddrizzare le spalle. Abbiamo capito che hanno avuto uno squarcio profondo nella loro vita al seguito del quale è iniziato un percorso di ricostruzione morale e spirituale. Tuttavia, dimostrano tutti anche una grande forza e tenacia, e noi daremo il massimo per farli continuare in questa direzione».

«Dopo l’esperienza africana – interviene padre Carmelo – ho capito che non siamo qui perché abbiamo qualcosa da dire alla gente, ma siamo qui perché vogliamo imparare a stare con la gente. Il trauma che queste persone hanno vissuto è estremo, in pochi minuti hanno perso tutte le sicurezze, e si sono abituati a vivere in una dimensione di essenzialità che, per certi aspetti, richiama molto lo spirito francescano.  Rivedere la propria vita secondo un nuovo concetto di normalità è un processo che necessita di tempo e mette in discussione anche la relazione con il prossimo, e il nostro nostro compito è quello di stare con loro in questo percorso. Vogliamo essere fratelli che devono imparare, ma che devono anche riuscire a far apprezzare alle persone la ricchezza della vita così com’è adesso».

Prosegue il frate «anche noi abitiamo nelle Sae e naturalmente siamo arrivati qui senza nessuna pretesa: padre Mimmo dorme nella camera e io nel divano della cucina, mentre il bagno è in comune. Tuttavia, abbiamo qualcosa che altri non hanno perché se molti vengono, visitano e vanno via, noi restiamo e viviamo come gli abitanti del posto, come loro fratelli, e con le stesse condizioni. Questo ci porta a sperimentare quello che loro stessi hanno vissuto e vivono e, pur avendo ridimensionato le nostre attività come frati, stiamo vivendo come una famiglia inserita».

Il lavoro dei frati in termini di azione pastorale sarà quello di conoscere sempre di più le persone, creando gruppi di ascolto e aprendo le porte della casetta per ogni tipo di sfogo, pronti ad imparare a vivere secondo le condizioni di due qualsiasi abitanti del paese terremotato.

E poi, come obiettivo, spazio per lanciare speranze per il futuro. Il primo a parlare è fissare dei propositi è padre Mimmo: «Sono convinto che se il Signore ci ha mandato nel canale del dolore e della sofferenza è perché dobbiamo osare, dobbiamo cercare di depennare i pensieri negativi nel cuore delle persone che, altrimenti, rimangono saldamente ancorate alle macerie. Perciò, per quello che possiamo fare, saremo un punto di riferimento».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il pensiero di padre Carmelo: «Bisognerebbe uscire dalla logica del riformare e ricostruire secondo una concezione ancorata al passato ma si dovrebbe investire nell’innovazione e ispirazione alla vita comune, al volersi bene e all’orgoglio di essere accumolesi. Noi abbiamo la possibilità di ispirare un nuovo inizio, nato da un esperienza negativa, ma che può trasformarsi in un futuro brillante».

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