Chiesa di Rieti

Il vescovo alla preghiera per il Paese: «Affidiamoci a Dio come fece san Giuseppe»

«La pandemia ci ha privati di quei momenti così umani che ci aiutano a vivere la morte. Tale mancanza ci sta scavando più di quanto non pensiamo». Nella sera del 19 marzo, prima di partecipare alla preghiera per l'Italia voluta dalla Chiesa italiana nei giorni del covid-19, il vescovo Domenico ha notato che alle stringenti regole imposte per contenere la diffusione del contagio si somma il dolore dei parenti che non possono salutare i propri cari in terapia intensiva

Prima di unirsi alla “Preghiera per l’Italia” promossa nel Paese dalla Conferenza Episcopale nei giorni del coronavirus, il vescovo Domenico ha rivolto il suo pensiero alle famiglie divise dall’epidemia e a quanti soffrono in terapia intensiva. Una situazione imposta dalle «stringenti regole giustamente imposte per contenere la diffusione del contagio», che suggerisce anche una riflessione sul rapporto che la nostra società ha con il dolore e la morte.

Il vescovo ha formulato il suo augurio a tutti i papà, «che in questi giorni – come notava stamattina un giornalista – sopra la mascherina hanno messo una maschera per non trradire le proprie emozioni e cercare di dare sopratutto ai più piccoli speranza e incoraggiamento».

Sì, perchè il padre «è l’uomo eretto che riesce sempre a guardare oltre, e dare la forza a chi si stente smarrito», e legando la figura dei padri che stanno affontando questo difficile momento insieme alle loro famiglie a quella di san Giuseppe, il vescovo ha voluto fare insieme a noi una riflessione, tenendo presente una delle immagini più tradizionali del padre putativo di Gesù, ritratto nel momento terminale della sua vita, insieme alla sua famiglia.

«In questi giorni accade che negli ospedali si muoia da soli, con o senza coronavirus, a causa delle stringenti regole giustamente imposte per contenere la diffusione del contagio». Da un lato, «c’è il dolore dei parenti che non possono salutare i propri cari», dall’altro «il dolore di chi se ne va mentre è in terapia intensiva e non può incrociare lo sguardo di chi ama se non magari, quando possibile, attarverso lo schermo di un telefonino o di un tablet».

«La pandemia – ha notato monsignor Pompili – ci ha privati di quei momenti così umani che ci aiutano a vivere la morte, cercando lo sguardo di chi amiamo, e «tale mancanza ci sta scavando più di quanto non pensiamo».

Al giorno d’oggi, anche al di là di «questa terribile emergenza che finirà», non si muore quasi mai a casa, ma nei vari centri specializzati o in ospedale. «Non è umano, tuttavia, esser privati dalla possibilità di dirsi addio, non disporre di quegli attimi irripetibili in cui tacitamente ci si affida l’un l’altro. È umano, invece, fare come san Giuseppe che non solo è stato «un uomo giusto», ma è stato «anche colui che serenamente spira tra le braccia di Gesù e di Maria».

Un atteggiamento che si ritrova nel salmo 22, che il vescovo a citato immaginando lo stesso Giuseppe che lo insegna a Gesù:

«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi comminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza… Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni».

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