Marte è ancora lontano

Uno studio rivela la possibilità di pesanti danni cognitivi per gli astronauti

Il pianeta Marte, simbolo per eccellenza dei racconti di fantascienza legati all’esplorazione dello spazio. Abitanti extraterrestri compresi (i classici “marziani”). Ma forse le numerose conoscenze acquisite con le ricerche spaziali degli ultimi anni hanno un po’ contribuito a ridimensionarne il mistero, diminuendone la carica “fantascientifica” e trasformandolo in potenziale terra di conquista scientifica. Non manca neanche chi vorrebbe già inviare, nel giro di qualche anno o decennio, degli astronauti su Marte (progetto Mars One, progettato e guidato dal ricercatore olandese Bas Lansdorp), per stabilire là una colonia umana permanente. Ora, al netto del fatto che diversi scienziati ed enti, tra cui il Mit (Massachusetts Institute of Technology), la International Space University e gli ex-astronauti Buzz Aldrin e Ulrich Walter, hanno già fortemente criticato la fattibilità di questo progetto, a causa di vari problematiche che riguardano gli aspetti tecnici, medici e finanziari, comunque per arrivare su Marte ci sarebbe un bel viaggio da fare! E non crediate che possa essere un’allegra passeggiata. Almeno non secondo uno studio condotto da Charles Limoli e colleghi, ricercatori dell’Università della California (Irvine, Usa), e riassunto in un recentissimo articolo pubblicato su “Science Advances”. La ricerca dimostrerebbe, infatti, che l’esposizione alle radiazioni cosmiche dello spazio interplanetario può provocare degli importanti problemi cognitivi agli astronauti impegnati in missioni di lunga durata, come appunto sarebbe quella per raggiungere Marte.

Per condurre lo studio, i ricercatori hanno esposto dei topi a livelli di radiazioni simili a quelli che si incontrerebbero in un viaggio verso Marte (di molto superiori a quelli che raggiungono gli astronauti sulla Stazione spaziale internazionale), rilevando un significativo indebolimento delle loro capacità cognitive. L’analisi del loro tessuto cerebrale ha mostrato anche una riduzione nel numero di connessioni fra i neuroni. Dunque, uno dei problemi più seri dei futuri viaggi spaziali verso Marte, e in generale verso lo spazio profondo, è rappresentato proprio dagli effetti a lungo termine dell’esposizione prolungata alle radiazioni cosmiche sull’organismo umano, in particolare sul cervello. Ovviamente, questi dati non potevano essere ricavati dall’osservazione degli astronauti a bordo della Stazione spaziale internazionale, poiché essa si trova ancora all’interno della magnetosfera protettiva della Terra.

Per condurre lo studio sui topi, Limoli e colleghi hanno usato le apparecchiature del Nasa Space Radiation Laboratory, presso il Brookhaven National Laboratory. Sei settimane dopo l’irradiazione, hanno sottoposto i topi ad una serie di test comportamentali che hanno rivelato una spiccata riduzione dell’attività e della curiosità degli animali, oltre che una notevole facilità a confondersi quando dovevano affrontare situazioni nuove. Dato che i topi usati nei test appartenevano a un ceppo transgenico, i cui neuroni cerebrali esprimono una proteina fluorescente, è stato possibile anche esaminare i cambiamenti anatomici. Si è così potuto accertare che la diminuzione delle connessioni tra neuroni era tanto maggiore quanto più elevata era stata l’esposizione alle radiazioni. “Questa non è una buona notizia per gli astronauti, che per il viaggio di andata e ritorno da Marte impiegheranno due o tre anni”, ha commentato Limoli. “Peggioramento delle prestazioni, deficit di memoria e perdita di consapevolezza e di attenzione durante il volo spaziale possono influenzare le attività più critiche della missione, senza contare che l’esposizione a lungo termine a queste particelle può avere conseguenze negative sulla cognizione per tutta la vita”. “Per impedire che si manifestino questi problemi – ha osservato ancora Limoli – le sonde andranno progettate in modo da ampliare le aree dotate di schermature più efficaci di quelle attualmente disponibili”. Fra le diverse soluzioni allo studio, vi è anche la realizzazione di piccoli campi magnetici “portatili”, in grado di proteggere una navicella e il suo equipaggio. Tuttavia, secondo Limoli, le particelle più energetiche attraverserebbero comunque la navicella spaziale e “non c’è modo di sfuggirvi”. Per questo, si sta lavorando anche a strategie farmacologiche con composti che eliminano i radicali liberi e proteggono la neurotrasmissione.

In attesa che gli scienziati risolvano questi problemi, a noi non resta che goderci il nostro bel pianeta. E poi, in fondo, perché tutta questa fretta di andare su Marte?

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