Chiesa

L’amatissimo Giovanni Paolo II nel ricordo del cardinale Sandri

Quattordici anni fa moriva Giovanni Paolo II. Quel 2 aprile 2005 a dare l’annuncio della scomparsa di Karol Wojtyla fu l’allora Sostituto della Segreteria di Stato, oggi Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, il cardinale Leonardo Sandri

È “incancellabile” nella Chiesa e nella società il “segno” lasciato da San Giovanni Paolo II. Lo ha scritto l’anno scorso Papa Francesco, in occasione di un convegno su Karol Wojtyla, e le parole del Pontefice risuonano forti nel quattordicesimo anniversario del 2 aprile 2005, quando alle 21,37 moriva Papa Giovanni Paolo II. Quella sera a dare l’annuncio in una Piazza San Pietro gremita da migliaia di persone per recitare il Rosario fu l’arcivescovo Sostituto della Segreteria di Stato, oggi Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, il cardinale argentino Leonardo Sandri che invitò i fedeli a pregare per l’“amatissimo” Pontefice appena scomparso. A Vatican News racconta quei momenti.

R. – I sentimenti erano quelli di una morte che era in un certo senso annunciata, sia perché aveva portato la croce della malattia durante gli ultimi 4 anni di pontificato, anche se in una maniera perseverante, forte, in unione alla croce di Cristo, e sia per il progredire della malattia. Ciò nonostante questa morte fu un avvenimento grandissimo nella vita della Chiesa, dopo un pontificato lungo 26 anni che aveva in un certo senso prodotto tanti cambiamenti nella vita della Chiesa stessa e nella vita del mondo. Pensiamo a quello che successe nell’est europeo, che dalla dittatura e dalla persecuzione passò alla libertà. Io quindi ho annunciato al mondo la morte del Papa con grande timore e anche con grande nervosismo. Ho aggiunto “amatissimo Santo Padre” perché – e lo ha dimostrato poi la cerimonia dei funerali – le folle del mondo intero lo conoscevano, lo seguivano con tanto affetto. E ho concluso l’annuncio con: “preghiamo per lui”.

Ci fu dunque da parte sua anche una certa tensione nell’annunciare la notizia, davanti a tanta gente che in Piazza si era trovata per recitare il Rosario. Cosa trasmetteva quella gente in quel momento?

R. – La corale presenza di gente che accompagnava il Papa nei suoi ultimi istanti di vita, dalla mattina alla sera, era veramente emozionante. Poco prima avevo visto la salma del Pontefice con accanto una religiosa che ancora recitava i Salmi, inginocchiata al capezzale. Quindi ho unito quell’immagine a questa di tanti figli, di tanti fratelli, di tanta gente che amava il Papa come se fossero anche loro accanto al letto di morte, raccomandandolo a Dio, introducendolo con i Salmi alla gioia di entrare nella casa del Signore.

Quella stessa folla ai funerali invocò: “Santo subito”. La canonizzazione avvenne meno di 10 anni dopo, il 27 aprile 2014…

R. – C’era una spinta di tutti nel riconoscere Giovanni Paolo II come un uomo di Dio. I cardinali chiesero la dispensa al nuovo Papa Benedetto XVI per non aspettare i 5 anni per l’inizio del processo di canonizzazione. Tutto è proceduto in una maniera molto accelerata e al punto che il nostro Santo Padre Francesco lo ha canonizzato insieme a Papa Giovanni XXIII nel 2014.

Dal 16 ottobre 1978, quando fu eletto Karol Wojtyla, passando per il giorno dell’attentato, il 13 maggio 1981, per arrivare al 2 aprile 2005, la Chiesa come cambiò? Che ricordi ha?

R. – E’ cambiata la Chiesa nel senso che è cambiato il modo di esercitare il servizio e la missione del successore di Pietro. Ad esempio il grande spazio che il Papa offriva ai vescovi, sia alle Visite ad Limina sia nei suoi viaggi, oltre che il contatto con la gente: si parla di una vicinanza, di un affetto, di una solidarietà con tutti e in particolare con quelli che soffrono. L’andare incontro nei diversi Paesi, ascoltando i vescovi e la povera gente. Quindi una sinodalità, come la definisce Papa Francesco, ante litteram, anche pensando ai sinodi, quello per l’Asia, per l’Africa.

Francesco ha auspicato che la testimonianza di fedeltà a Dio e di amore all’uomo da parte di San Giovanni Paolo II possa incoraggiare tutti, specialmente i giovani, a spalancare le porte a Cristo per un generoso impegno in favore della pace, della fraternità e della solidarietà: che legame c’era tra il Papa che inventò le Gmg – anche se lo stesso Papa Wojtyla diceva che erano stati i ragazzi stessi ad inventarle – e i giovani?

R. – Le Giornate mondiali della Gioventù potremmo dire che sono “made in Giovanni Paolo II”. Si cominciò con quella di Buenos Aires nel 1987: io lo accompagnai e ricordo la grandissima Messa nell’Avenida 9 de Julio. E poi ricordo la Gmg del 2000 a Roma. Certamente i giovani in tutta la formazione devono essere “contagiati” – attraverso la famiglia, la parrocchia, i gruppi giovanili – dalla fraternità, dalla giustizia, dalla pace, dall’apertura a chi ha bisogno, senza odio né discriminazioni.

Quale ricordo personale, quale immagine conserva di Giovanni Paolo II?

R. – Cito due episodi. Uno, durante un ricovero al Gemelli, poco prima della morte: il Papa veniva trasportato con una carrozzina per i corridoi dell’ospedale, mi sembrava facesse freddo per lui e così gli misi il mio soprabito addosso, come fosse una coperta. Un’altra volta, sempre al Policlinico, fu portato d’urgenza, era sul lettino ancora con la veste bianca, respirava con fatica: erano momenti di grande commozione, io mi avvicinai e gli chiesi una benedizione e lui, nonostante le difficoltà, mi benedisse.

Per Vatican News Giada Aquilino

 

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