Chiesa di Rieti

La tempesta è l’immagine più verosimile per descrivere oggi il mondo

Al termine del rosario recitato nella cappella della Madonna del Popolo in Cattedrale, il vescovo Domenico ha ripreso il brano evangelico che aveva ispirato, poco prima, papa Francesco nello straordinario momento di preghiera in piazza San Pietro

Al termine del rosario recitato nella cappella della Madonna del Popolo in Cattedrale, il vescovo Domenico ha ripreso il brano evangelico che aveva ispirato, poco prima, papa Francesco nello straordinario momento di preghiera in una piazza San Pietro completamente vuota e bagnata di pioggia.

«Perché avete paura, non avete ancora fede?». La pagina di Marco vede Gesù dormire mentre la tempesta non è ancora sedata. Una tempesta, ha notato mons Pompili, che è l’immagine più verosimile per descrivere oggi il mondo. Anche noi, «siamo come i discepoli che improvvisamente sentono salire il vento e le acque inondare la barca, mentre Gesù dorme».

Un gesto, quello del Maestro, che secondo il vescovo dice almeno tre cose. La prima è l’umanità di Gesù, che forse «dorme perché è sfinito» e si accascia incurante di quello che gli succede intorno: non risparmiandosi, «finisce sopraffatto dalla stanchezza».

La seconda sottolineatura è meno comprensibile: «Gesù dorme perché i discepoli si accorgano che la vita è un rischio. Siamo noi – ha notato mons Pompili – che ci siamo addormentati dentro un’atmosfera ovattata, mentre nella storia dell’umanità gli attimi di tregua sono pochi». Lo si vede dal secolo scorso, un vero e proprio scenario di terrore, guerre e crisi. E quello che sta accadendo «mette in discussione» il tempo presente e le nostre certezze.

La terza lezione che si ricava dal sonno di Gesù è che egli dorme perché sa affidarsi a Dio. «Chi saprebbe dormire nella tempesta se non un bambino molto piccolo, sul seno della madre, incosciente del pericolo? Egli non avrà paura delle onde se sua madre non avrà paura: gli basterà sentirsi circondato di amore, di appoggiarsi sull’amore e potersi così abbandonare».

In fondo, ha notato il vescovo, «credere è giungere a questo tacito affidamento senza più paura». Un risultato difficile, «“È una parola”, direbbe qualcuno!». Ed è vero, ma si può almeno «trasformarla in una invocazione».


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