La generazione NEET

La chiamano generazione NEET, (Not in education, employment and training), sono giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione.

In Italia, secondo il Rapporto annuale dell’Istituto Nazionale di Statistica, sono in due milioni a rientrare in questa categoria, circa un giovane italiano ogni cinque.

L’identikit tracciato dall’Istat è quello di un giovane, prevalentemente di sesso maschile, inoccupato e con problemi economici, costretto a vivere fino a tarda età a casa con i genitori. Insomma, il classico “bamboccione”, come qualche politico nostrano, da Padoa-Schioppa all’attuale ministro Renato Brunetta, hanno avuto modo di definire, non senza sollevare qualche alone di giusta e comprensibile polemica.

Confrontando le statistiche dei paesi europei sul tasso di attività, dato dal rapporto tra la forza lavoro e la popolazione in età lavorativa (15-65 anni), emerge in maniera chiara come il dato italiano sia ai livelli più bassi tra i paesi del vecchio continente, in modo particolare per quanto riguarda i giovani.

Ora, se tale è la situazione, allarmante per ampiezza e conseguenze, tanto nel breve quanto nel lungo periodo, c’è da chiedersi perché i giovani italiani facciano più fatica a entrare nel mercato del lavoro rispetto ai loro coetanei del resto d’Europa.

Sgombriamo subito il campo da facili interpretazioni; la recente crisi, che ha colpito il sistema economico internazionale riducendo in maniera drastica i tassi di crescita di gran parte delle economie mondiali, comprese quelle europee, ha inciso senza dubbio anche sul mercato del lavoro, causando un aumento della disoccupazione e un processo di distruzione di posti di lavoro.

Tale situazione congiunturale non è tuttavia sufficiente a spiegare perché un numero sempre più importante di giovani italiani resti escluso dal mondo del lavoro o addirittura non faccia assolutamente nulla per entrarvi e ciò è dimostrato anche dal fatto che la maggioranza degli altri paesi europei non vivono lo stesso problema pur essendo stati colpiti in egual misura, se non ancor più violentemente, dalla crisi economica.

Innanzitutto c’è da constatare come il raccordo tra scuola e mondo del lavoro sia davvero debole, con l’assenza di percorsi che facilitino l’inserimento e le opportunità formative già durante il periodo di svolgimento degli studi. Se si confronta il caso italiano con quello tedesco ad esempio, dove in base alle attitudini e alle loro reali capacità, i ragazzi vengono messi in condizione di scegliere se continuare gli studi, conseguendo una formazione più elevata, oppure di apprendere realmente un mestiere già in fase scolare, allora si che c’è da interrogarsi.

Dove esperienze di stage e tirocini vengono offerte, spesso esse si riducono a poco gratificanti mansioni, come il fare fotocopie o il portare il caffè ai superiori, senza che ci sia dunque la reale opportunità di apprendere e fare tesoro dell’ esperienza vissuta.

Altro problema: da troppo tempo e anche a torto, in Italia si è affermata la falsa idea che gli istituti professionali siano da considerarsi come percorsi meno dignitosi rispetto ai più gettonati licei, ormai stracolmi e spesso pieni di ragazzi privi di motivazione. Rispetto questo punto bisogna fare uno sforzo, anche culturale, di ridare la giusta importanza e dignità a quei mestieri manuali sempre più in disuso e sempre più snobbati dai giovani italiani. Paradossale poi in questo senso è il fatto che mentre si hanno migliaia di avvocati, economisti, senza un’occupazione, figure professionali come quelle di idraulici o elettricisti, sono sempre più difficilmente reperibili per imprese e famiglie nonostante i loro compensi spesso non abbiano nulla da invidiare a quelli dei liberi professionisti.

Occorre dunque migliorare e rendere effettivo l’orientamento dei giovani nelle scelte per il loro futuro, metterli nella condizione di poter apprendere e formarsi in modo tale da acquisire competenze e conoscenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro, bisogna diffondere tipologie contrattuali che ne facilitino l’inserimento e l’avanzamento professionale.

In una sola frase, occorre dare spazio ai giovani, aprendo la strada per il cambiamento.

 

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