Il virus della superstizione

Un gatto nero attraversa la strada. L’automobilista si spaventa e inchioda. Se la brusca frenata dovesse procurargli un bel bernoccolo, direste che la colpa è del gatto o del conducente? L’antico adagio “non è vero ma ci credo” forse non è del tutto innocuo.

L’ultimo caso ci viene dai vaccini. La paura delle vaccinazioni scatenata dal caso “Fluad”, che l’autunno scorso aveva causato alcune decine di vittime, ha spinto molti anziani a rinunciare al vaccino. Adesso, passato il clamore, si vedono gli effetti della mancata prevenzione. Centinaia di casi di decessi in più a causa dell’influenza, come riferito dal Istituto Superiore di Sanità. Pare che addirittura un quarto delle persone interessate abbia rinunciato a proteggersi.

Potremmo definire questo un drammatico caso di superstizione scientifica. La sfiducia di fondo verso gli scienziati è la conseguenza di una radicata convinzione: che i medici non sappiano dove mettere le mani. È ovvio che la scienza possa sbagliare, e molte inchieste ci hanno dimostrato l’esistenza di frodi e corruzione, soprattutto nel settore farmaceutico. Ma che sia completamente in balia di corrotti e incompetenti, questo è un pregiudizio. E al pari delle altre superstizioni anche questa credenza infondata genera paura.

La paura porta poi a valutare in modo distorto, non solo da parte dei singoli, le conseguenze delle proprie scelte. Sapere di essere vittima di un “autoinganno” ci darebbe maggior consapevolezza delle nostre azioni. A prescindere dal colore del gatto.

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