Il vescovo Domenico in Università: «Servono città più sostenibili»

Si parla molto di global warming. Sulla realtà del riscaldamento globale del pianeta le opinioni di tecnici e politici divergono. Ma che l’aumento della temperatura media dell’atmosfera terrestre e degli oceani debba costituire oggetto di serio dibattito non lo nega nessuno.

La Chiesa, esperta non di scienza e di ecologia ma di umanità sì, a livello di principio la sua è chiamata a dirla. E volentieri, nell’affrontare la tematica a livello accademico nel piccolo di Rieti, ha accettato l’invito a portare un suo contributo il vescovo diocesano. Forte di un’autorevole e alto documento che in materia costituisce «di gran lunga più incisiva, rivoluzionaria, netta, partigiana che si è occupata della questione ambientale nel 2015» che è la Laudato si’.

Con questa definizione dell’enciclica papale monsignor Pompili ha iniziato il suo intervento all’incontro su “Progettare le città nell’era del global warming” al Polo universitario reatino. La definizione da lui citata è quella data dall’urbanista del Politecnico di Milano Paolo Pileri. E parlando in un ambito quale il corso che alla Sabina Universitas prepara gli ingegneri del territorio, il presule ha voluto offrire una riflessione sugli spunti che «l’enciclica verde di Francesco» può offrire anche anche a chi si occupa di pensare spazi abitativi facendo attenzione all’esigenza della sostenibilità delle risorse. Un tema, quest’ultimo, che diventa serio, ha tenuto a dire Pompili, «solo se un attimo prima si rifletta adeguatamente sulla precarietà delle risorse.

Se per rigenerare 2,5 cm di suolo occorrono 500 anni, la nostra idea di sostenibilità frana ancor prima di essere individuata. E quando si parla di suolo si fa riferimento a ciò che costituisce la nostra unica fonte del cibo ». Il documento pontificio diventa «un ribaltamento di luoghi comuni » nello smascherare l’illusione che la tecnologia possa essere la soluzione unica di problemi. Il vescovo ha ricordato «il nucleo della riflessione papale », quel “tutto è connesso” che spinge a fronteggiare la pseudo–cultura del consumismo e dell’inseguire l’interesse privato. Di qui l’invito a chi progetta le città ad aprirsi a una visione globale e all’interdipendenza dei problemi, contro la tentazione di guardare solo al mercato: «È necessario un approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della realtà e non facendo come la politica e l’economia che tendono a scaricarsi reciprocamente le responsabilità », accogliendo quella visione ecologica che, secondo la Laudato si’, «sottende una visione antropologica».

Scarica «Lazio Sette» (Rieti) 7 marzo 2016

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