Il magistrato credente secondo Livatino

In due conferenze pubbliche il giovane magistrato per il quale è in corso la causa di beatificazione, analizza in profondità il ruolo del giudice. E anche del magistrato credente che può trovare un rapporto diretto con Dio “perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio”. E poi un rapporto indiretto “per il tramite dell’amore verso la persona giudicata”.

L’attualità e la profondità del magistero del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino continuano a stupire quanti si accostano a una lettura meditata delle due uniche conferenze pubbliche tenute dal giovane magistrato: “Il ruolo del giudice nella società che cambia” (7 aprile 1984) e “Fede e diritto” (30 aprile 1986).
Partendo dal presupposto necessario che tali conferenze sono state tenute rispettivamente all’età di 32 e 34 anni, e cogliendo in profondità l’acutezza e l’attualità dell’insegnamento che esse offrono, lo stupore cresce ancora di più; i temi trattati, per l’intrinseca loro complessità e per l’alto profilo che mantengono, ci aiutano a cogliere la consistente, più unica che rara, preparazione del magistrato.
“Il compito dell’operatore del diritto, del magistrato, è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare”: così si esprime, ad esempio, dovendo definire e concretizzare la delicatezza del compito del magistrato.
Possono essere veramente numerosi gli esempi da offrire, anche per quanto attiene ai tre aspetti fondamentali della “credibilità del magistrato”. Circa la scelta d’intraprendere un’esperienza nel campo della politica, Livatino è assolutamente chiaro e inequivocabile: “Sarebbe (…) sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza l’ufficio del Giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle colle dimissioni, definitive, dall’Ordine Giudiziario”.
Così determinato anche nel definire l’indipendenza del giudice “conditio sine qua non” per l’efficace svolgimento del suo compito: “Inevitabilmente (…) è da rigettare l’affermazione secondo la quale, una volta adempiuti con coscienza e scrupolo i propri doveri professionali, il Giudice non ha altri obblighi da rispettare nei confronti della società e dello Stato e secondo la quale, quindi, il Giudice della propria vita privata possa fare, al pari di ogni altro cittadino, quello che vuole”.
E continua: “Il Giudice, oltre che ‘esserè deve anche ‘apparirè indipendente, per significare che accanto a un problema di sostanza, certo preminente, ve n’è un altro, ineliminabile, di forma”.
Chiaro ed efficace anche quando deve definire il tipo di rapporto che deve sottendere l’operato del magistrato credente: “(…) In questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, (…) il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata”.
Nel corso di un recente convegno di studi sulle due conferenze, realizzato nella Biblioteca Lucchesiana di Agrigento, il teologo don Giuseppe Bellia si poneva l’interrogativo: “Occorre chiedersi come mai Livatino espone le delicate tematiche – specialmente quelle inerenti al diritto biblico – con tanta dovizia di particolari e citazioni così ‘perfettè”.
Tutto ciò dà la giusta visione della personalità del Servo di Dio, che non si è limitato a conoscere “lo stretto necessario” per svolgere il ruolo di magistrato in maniera “sufficiente”, ma ha avuto una concezione “alta” del dovere che ciascuno è chiamato a compiere, e a farlo in un modo “pieno” e tendente il più possibile alla “perfezione”.

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