Giornata Mondiale della Gioventù

La Gmg vissuta a Rieti: «andare oltre sé per vivere un’avventura straordinaria»

Serata di veglia a Santa Rufina per i giovani reatini che insieme al vescovo Domenico hanno voluto essere in comunione con i coetanei che si trovano a Panama per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù

In cerchio nel salone del centro pastorale di Santa Rufina, con al centro la bandiera che aveva accompagnato i giovani reatini in Polonia per la Gmg di Cracovia. Così un gruppo di giovani reatini ha voluto essere in comunione con i coetanei di tutto il mondo che stanno vivendo a Panama la Giornata Mondiale della Gioventù. E nell’attesa della diretta con papa Francesco, la serata ha avuto inizio con una breve catechesi del vescovo Domenico, centrata sulla frase del vangelo di Luca che quest’anno guida il raduno in America Latina: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua Parola».

Una catechesi «interattiva», ha spiegato il vescovo, che ha provocato i presenti al dialogo, a tirare fuori i pensieri più profondi, le aspettative, gli impegni. Il brano è quello dell’Annunciazione e mons Pompili lo ha letto attraverso la lente del Messaggio di papa Francesco per un’altra giornata mondiale, quella delle Comunicazioni Sociali. Di fronte alla proposta dell’angelo, nota il pontefice, Maria non risponde “I like”, ma “Amen”. È su questa differenza che nella vita di ciascuno prende significato l’incontro con Dio. «Maria risponde un “sì” coraggioso e gioioso», l’esperienza di Dio suscita in lei «una disponibilità che diventa operativa».

Trovare lo sguardo di Dio

Un movimento sollevato da tre leve: la prima, ha notato don Domenico, si trova dove l’angelo la definisce «piena di grazia». Maria sente cioè su di sé lo sguardo di benevolenza da parte di Dio. E quando ci si sente guardati in questo modo ci si sente lanciati nella vita, «una vita che non può essere segnata dalla paura e dall’angoscia, ma da una grande fiducia». È quando lo sguardo di Dio manca, ha aggiunto il vescovo, che ci si sente «sfigati, figli di un dio minore», alle prese con un destino avverso e una prospettiva limitata.

Dilatare l’orizzonte

Non è così per Maria: la giovane metterà al mondo il Messia, con il suo “sì” «sperimenta una grande capacità di allargare l’orizzonte». Di fronte a lei non c’è più il piccolo paese, il suo sguardo si dilata «verso una dimensione che non è quella piccola piccola del quotidiano: è una prospettiva amplissima». Una provocazione per chi sente di vivere «dentro orizzonti angusti», per quanti si lasciano delimitare dallo spazio geografico, «che ci impedisce di guardare anche oltre noi stessi».

Perché «la vita si può aprire a qualche cosa di interessante solo nella misura in cui sa tenere aperto l’orizzonte», se come Maria sa percepire «un orizzonte che va oltre gli obbiettivi di piccolo cabotaggio».

Non da noi, ma da Dio

Maria dice il suo “sì” a una «avventura straordinaria», ma trova la forza in una consapevolezza: non sarà solo farina del suo sacco, lo Spirito scenderà su di lei. «La verginità di Maria – ha spiegato mons Pompili – non è un’accusa alla sessualità: sta a dire che ciò che è decisivo non nasce dalla carne, ma viene da Dio. Maria sperimenta che può far conto non tanto sulle proprie performance personali: intelligenza, volontà abilità esperienza, occasioni, perché sa di poter contare sulla dimensione dello Spirito».

Come rendere concreto il servizio?

Tre aspetti di quel “sì” «che è ben più di un like», perché riconosce che «Nulla è impossibile a Dio» e consente a Maria di dirsi «Serva del Signore». Una definizione che oggi «non riscuote un grande appeal, perché ha il sapore della sottomissione. In realtà dice che Maria si definisce non a partire da sé, ma in relazione ad altro, a partire dal suo rapporto con il Signore». Maria ci insegna cioè ad «uscire dalla sua solitudine, dal nostro sentirci l’ombelico». Il suo «amen» apre una strada che il vescovo sintetizza rubando le parole a papa Francesco. La domanda fondamentale «non è “chi sono io?”, ma “per chi sono io?». Il servizio, ha concluso il vescovo «è ben altro che una forma di sottomissione, è un modo di sentirsi utili e per ciò vivi». Di qui la domanda che ha animato il dibattito dei ragazzi: «Quali sono gli ambiti in cui il vostro servizio si può concretizzare?».

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