Gli ospedali come metafora della città. Bellezza e servizi sono alla portata dei più poveri?

Di recuperare l’ospedale vecchio e l’annessa chiesa di Sant’Antonio Abate si parla da parecchio, ma di recente si è provato a spingere un po’ più forte. L’Amministrazione comunale sembra infatti interessata all’impresa per almeno due ragioni. Da un lato l’immobile potrebbe ospitare uffici comunali e altri servizi pubblici del Comune, dall’altro un riuscito recupero potrebbe essere il segnale di una concreta attenzione per il centro.

A ben vedere sarebbe quasi un’inversione di marcia rispetto agli anni passati ad accompagnare i residenti nei nuovi quartieri fuori le mura e gli esercenti nei centri commerciali. Da questo punto di vista, l’edificio ha il valore simbolico giusto perché la storia dell’ospedale non è estranea alla storia della città e forse la rappresenta addirittura. A partire dai nosocomi si può ricavare l’immagine di un’intera comunità e del suo spirito.

Per la posizione, ad esempio. L’ospedale abbandonato era sicuramente divenuto inadeguato, ma era in centro. Il nuovo e moderno ospedale provinciale aperto nei primi anni ‘70 fu fatto in periferia, quasi anticipando l’avvento dei quartieri satellite.

Ma c’è dell’altro: l’ospedale rimasto senza pazienti testimonia di come agli ammalati si riservasse la bellezza. Se non erano belli, gli ospedali erano almeno costruiti in luoghi belli e in qualche modo “inclusivi”, vicino al fluire della vita. La chiesa annessa a quello al centro di Rieti, con la facciata incompiuta, ma disegnata da Vignola, sta a raccontare di come ai malati non fossero certo riservati gli scarti. Ma a un certo punto c’è stato un cambiamento: l’ospedale si è allontanato, quasi a voler tenere a distanza l’esperienza della malattia e della morte. E poi i nosocomi si sono fatti brutti. Nei progetti di quelli moderni, l’attenzione pare concentrarsi soprattutto sul lato dell’efficienza tecnica.

A voler leggere dentro questo fenomeno si potrebbe dire che l’ospedale posto al centro della città rappresentava il bene comune, che è tale davvero tale solo se tiene conto dei più fragili. Nell’ospedale moderno sembra invece di assistere alla vittoria dell’aspetto economico, gestionale, tecnico. E un edificio come il de Lellis, posto tra il nucleo industriale e la zona artigianale, nel bel mezzo di un polo produttivo, non è forse una buona metafora di salute pubblica affidata alle “aziende” sanitarie?

Oggi fa riflettere la discussione sui costi del parcheggio che infiamma il dibattito cittadino. Perché l’ospedale sembra essere diventato uno strumento di speculazione economica, costruito per costruire, un po’ come le case del quartiere che ormai lo lambisce. Case brutte, ospedali brutti, quartieri brutti, fanno pensare al bene comune che lascia il passo alla speculazione, alla vittoria dell’edilizia sull’architettura e l’urbanistica.

Sto esagerando? Forse sì, ma non troppo. Perché se ci si vanta dei progetti di “umanizzazione” dei reparti, il dubbio che nei progetti del nosocomio l’umano contasse poco, sia pure per distrazione e in buona fede, diviene legittimo.

Per il parcheggio pare si sia comunque trovata una soluzione: con i fondi regionali già stanziati per il de Lellis saranno realizzati nuovi posti auto gratuiti. Un rimedio che potrebbe essere definitivo e accompagnato da una revisione della viabilità attorno al complesso, e che dunque richiederà un po’ di tempo per diventare concreto.

Nel frattempo si può salutare positivamente il movimento di opinione pubblica che accompagna tanto l’idea di recuperare il vecchio ospedale quanto i problemi del nuovo. Ovviamente non si può tornare indietro, ma ragionare su queste cose non fa male. Guardare al de Lellis con un occhio al passato recente, ad esempio, può aiutare a mettere meglio a fuoco i problemi e le opportunità. Pur nella differenza di concezione, ad esempio, si riconosce la continuità della struttura pubblica, aperta anche ai più poveri.

E su questa base si può nutrire allarme e sospetto ogni volta che viene fuori l’idea di chiudere o depotenziare l’ospedale provinciale. Per quanto brutto, conserva intatto il tratto del bene comune e merita senz’altro di essere reso più accogliente e vivibile. Magari a partire dal parcheggio e dal trasporto pubblico. Perché l’aver voluto l’edificio all’esterno delle mura, obbliga a leggere il rapporto tra posti macchina e posti letto proprio con l’occhio dei più poveri. Anche se con decenni di ritardo.

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