Mons. Pompili: «la nostra vera identità è quella del pellegrino, non del turista»

«Bisogna rimettere in movimento il cuore»: questo, in sintesi, il messaggio lanciato dal vescovo Domenico alla chiusura della Processione dei Ceri. Un movimento che a sua volta presuppone un’«ecologia del cuore»: si tratta cioè di «accorgersi delle pulsioni che covano dentro di noi e che sono l’invidia, l’arrivismo, l’arraffare». Sentimenti che ci pongono il problema di estendere la diffusa e giusta preoccupazione che abbiamo per «l’inquinamento esteriore e fisico dell’atmosfera, delle acque, del buco dell’ozono», alla sfera «interiore e morale», sull’inquinamento della quale grava invece un «silenzio quasi assoluto».

Ma «cura interiore e cura esteriore» vanno tenute insieme, «perché tutto è connesso». In qualche modo, ha detto mons. Pompili, «abbiamo perduto l’incanto del mondo e lo abbiamo depredato, perché abbiamo perso la visione semplice e pulita di san Francesco e di sant’Antonio. La crisi economica che purtroppo non passa è l’effetto e non la causa di un’altra crisi: quella del cuore che è diventato stanco, anestetizzato e come ripiegato su di se. È come se fosse diventato vecchio e ansimante. E, quel che è peggio, chi ha poco futuro decide su chi ha più futuro. Così spesso sono i vecchi che decidono sul destino dei giovani. Con il rischio di passare da una delusione all’altra, se i cuori non ringiovaniscono, grazie all’apporto di giovani che non se ne stanno pigri e rassegnati».

Se ne vogliamo uscire, «il cuore deve riprendere a pompare sangue e, dunque, a far camminare. Esattamente come abbiamo fatto tutti insieme questa sera» ha aggiunto don Domenico. «Camminare è il gesto più comune e quindi più umano. Camminare dà ritmo ai pensieri al punto che si pensa meglio a piedi. Perché ci si dà il tempo di lasciarsi stupire, di accogliere un incontro, di permettere che l’attenzione venga catturata da un dettaglio luminoso. Quando si cammina qualcosa cambia. La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada perché questa ci mette in relazione con noi stessi. E poi è incontro con gli altri.

Forse camminando da soli si arriverà prima, ma camminando insieme possiamo accompagnarci, sostenerci a vicenda e non perdere la strada. Sicuramente andremo più lenti, ma certamente più lontano. E camminando si arriva fino a Dio, riacquistando la nostra vera identità che è quella del pellegrino e non del turista. Il turista cammina con il navigatore tra le mani, il pellegrino si lascia stanare dalle sue sicurezze e si apre all’imprevisto, un passo nell’incertezza, un passo nella speranza.

L’esempio è quello di sant’Antonio, «un pellegrino che si è lasciato guidare di volta in volta, un camminatore inesausto e una voce profetica in un mondo in grande trasformazione che rischiava di perdere la bussola». Il segreto di quest’uomo di Dio, è l’invito da raccogliere è «a non sedersi, a non fermarsi, a non bloccarsi».

Non lasciamoci bloccare dalle nostra paure e dalle nostre rimostranze. Riprendiamo insieme il cammino, ma lasciandoci smuovere dal di dentro perché la parole del Vangelo ci restituiscano alla nostra vera misura. In concreto: smettiamola di essere stanziali mentalmente, cioè ripetitivi, scontati, prevedibili e ridiventiamo pellegrini, cioè aperti al rischio, incuranti delle fatiche, centrati sul bene di tutti.

«Sant’Antonio di sicuro ci precederà in questo nostro cammino!»

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