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Giovani connessi per immaginare il mondo dopo la pandemia

Negli interventi dei tre ospiti del primo giorno del Meeting dei Giovani, gli stimoli per ragionare su quale mondo costruire quando il virus sarà sconfitto

Arrivano ai giovani connessi col meeting gli spunti per chiedersi che cosa la pandemia possa aver lasciato e che lezione prendere da essa.

Brevi gli interventi dei tre ospiti del pomeriggio di questo primo giorno di incontro virtuale, da seguire in video come stimoli per pensare, dopo che nell’intervista in parallelo andata in onda in tarda mattinata si erano presentati e lanciato i primi input.

Giuseppe Ippolito di energia “giovane” ne ha ancora tanta, e non potrebbe essere altrimenti per uno come lui così in prima linea nell’affrontare, da epidemiologo e responsabile del centro che è il punto di riferimento italiano nel coronavirus, quello che sta accadendo. «Tutti siamo stati giovani», esordisce, chiarendo però che «i giovani di oggi più forti e più fragili di noi nati dopo la seconda guerra mondiale». Se quella era la generazione della ripresa, del boom economico che lasciava vedere un futuro «tutto rosa», quella odierna è invece la generazione di chi vede «un futuro con le cose che ci fanno desiderare», ciò che il modello consumistico presenta come irrinunciabile. E invece, per il direttore dello “Spallanzani”, «quello che dobbiamo desiderare è essere noi stessi, essere all’altezza delle situazioni, volerci bene. Altrimenti soffriremo di un problema: non capire quanto valiamo, non capire quanto valgono gli altri per noi».

Ecco il rischio: non avere, in questo modo, «nessuna possibilità di futuro: saremo attratti da principi leggeri, fragili, ma abbiamo bisogno di valori veri, non dell’ultimo telefonino, dell’ultima macchina, dell’ultima felpa… Abbiamo bisogno di essere noi stessi». Il messaggio che il dottor Ippolito si sente di lasciare è proprio questo: «Il futuro sarà di noi stessi e voi giovani lo incarnate»

Quanto mai è necessario pensare ai più giovani, in questa pandemia. Perché, come in tanti – e anche lo stesso vescovo Domenico – hanno più volte fatto rilevare, accanto alla crisi sanitaria e a quella economica, l’emergenza Covid ha comportato una catastrofe anche educativa. Paolo Crepet lo dice senza troppi peli sulla lingua riferendosi alla scuola negata. «I ragazzi hanno patito un anno di chiusura» e a suo dire occorre essere contenti di aver fatto l’esperienza di didattica a distanza, perché nel farla ci si è accorti «che non funziona, non funzionerà mai: i venditori di tecnologie diranno sempre il contrario, ma è evidente che la scuola ha bisogno di presenza, la scuola è luogo di emozione, di amicizia, di solidarietà, non può essere un luogo di isolamento: doloroso, soprattutto per quei bambini e adolescenti che avevano già problemi di relazione».

«L’emergenza educativa» messa in rilievo da questa pandemia, poi, non concerne soltanto il discorso scuola. Lo psichiatra ci va giù abbastanza duro pensando a quanto avvenuto l’estate scorsa: «i genitori non sono stati capaci di aver messo una regola, con i sensi di colpa di due mesi di chiusura», con le conseguenze che sappiamo di cui tanti sono responsabili, «soprattutto i genitori di questi ragazzi».

Indicazioni per quel che ci aspetta? Per Crepet occorre aprire «un grande laboratorio, a più voci, con più competenze possibili». Una riflessione ampia «per capire in che mondo vogliamo vivere una volta che il virus sarà sconfitto: o ci pensiamo adesso o faremo un copia-incolla del passato che sarà ancora peggio».

Nel proporre la sua riflessione, da francescana, suor Ornella Cicconi fa riferimento al Poverello d’Assisi, al suo amore per Gesù che si fa piccolo: come bambino, come pezzo di pane. Il contrario del Dio potente e forte, quello caro a san Francesco. Che è quello che invece vorremmo. Come il ladrone che sulla croce invitava Gesù a dimostrare il suo potere… «La tentazione di volere un Dio potente, la fatica di accogliere un Dio che rimane così silenzioso e che chiede a noi di avere occhi per scorgerlo nella nostra storia, essere noi quel segno di speranza che lui ci ha giè donato con la sua risurrezione».

In questo senso, la pandemia è una grande lezione per l’umanità, secondo la religiosa pediatra: «Sta mettendo in evidenza le fragilità di un mondo che si sentiva onnipotente, in grado di controllare tutto, anche a costo di ingiustizie, anche a costo di calpestare i poveri, il creato». Sul piano della fede, inoltre, «per noi cristiani deve essere anche un’opportunità per riscoprire il volto di Dio: le tante manifestazioni di solidarietà credo ci parlino di questo Dio». E sempre per restare in tema francescano, non bisogna trascurare che questa situazione «ci sta mettendo dinanzi all’esperienza della morte»: quella che Francesco chiamava “sorella” perché «sapeva bene che attraverso la morte avrebbe raggiunto la meta».

Considerazioni di chi, da suora e medico, vive questa situazione con un duplice “occhio”. E che suor Ornella ha avuto modo di sperimentare anche a Rieti, dove, nella fase più acuta della pandemia, è giunta, chiamata dalla Asl su indicazione del vescovo Pompili, per dare una mano nella Casa di riposo delle suore di Santa Lucia, dove si era creato un pesante focolaio del virus. Vi era giunta, racconta, «proprio durante la Settimana Santa», arrivando il primo giorno «piena di ansia, non sapevo se potevo farcela. Ricordo il primo incontro con una signora molto anziana e malata, faceva fatica a respirare ma mi stringeva la mano in modo così forte chiedendomi di restare con lei…». Un’esperienza intensa, quella che la religiosa ha voluto condividere con i giovani del meeting: segnata dalla tristezza nel vedere la sofferenza, ma d’altra parte dalla gioia  della condivisione degli affetti. Un vero «incontro con Dio» che l’ha arricchita.

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