Siamo gente d’autunno o di primavera?

Gli indicatori statistici nazionali parlano di un paese in ripresa, di un timido ritorno alla crescita, ma a Rieti e provincia l’inversione di tendenza si fatica a vederla. L’umore generale, di conseguenza, resta piuttosto cupo. Non bisogna però lasciarsi sopraffare dallo scontento, altrimenti si finisce per perdere di vista pure le opportunità, i fatti positivi, i motivi di conforto

Sarà capitato anche a voi di respirare, in città e nei dintorni, un’atmosfera grigia e rassegnata. Sembra quasi che la gente non creda più di potercela fare, di poter raddrizzare il timone. È come se a un tratto ci si fosse accorti di aver perso tutte le battaglie, anche quelle che si credevano vinte. E non manca chi vede nelle crisi industriali irrisolvibili e nello smantellamento istituzionale, l’esito di decisioni prese da lontano, sulle quali si può incidere poco. Se non ce la fanno a fare i carri mascherati, dicono al bar, figuriamoci il Meeting internazionale di atletica leggera!

Non stupisce allora se prende il sopravvento un atteggiamento di sopravvivenza, che ci fa diventare reazionari e paurosi, ci fa rinchiudere lentamente e silenziosamente nelle nostre case e nei nostri schemi, che ci proietta all’indietro, verso gesta gloriose – ma passate – che, invece di suscitare la creatività profetica nata dai sogni dei nostri fondatori, cerca scorciatoie per sfuggire alle sfide che oggi bussano alle nostre porte.

Lo diceva lo scorso anno papa Francesco ragionando sulla vita nei conventi, in occasione della Giornata mondiale della vita consacrata, ma il ragionamento funziona “paro paro” anche nel nostro contesto civile. Lo vediamo anche nell’editoria locale: molto di quanto si pubblica va ascritto al rimpianto per i tempi passati. Sembrano andare per la maggiore le biografie dei grandi uomini di ieri: indagini che lasciano trasparire una teoria di occasioni mancate, un elenco di progetti ben congegnati, ma mai completati. È vero che bisogna conoscere il passato e avere solide radici per guardare al futuro, ma se le idee nuove faticano a fiorire, la passione per il bianco e nero risulta sospetta, perché allude a un attaccamento alle cose perdute inconcludente e senza sbocchi.

Non so dire se l’idea di ricostruire “com’era, dov’era” che ha caratterizzato tanta parte del dibattito del post-terremoto rientri in questo clima culturale. Di sicuro al momento si sta facendo troppo poco per rispondere alla tragedia cogliendo l’opportunità di fare nuove tutte le cose. E dire che i paesi dei Monti della Laga sono oggi nella condizione di poter modellare il territorio secondo le migliori prassi quanto a edilizia, economia locale e stili di vita. Forse se ne parla poco perché al momento trionfano ancora la paura e la sfiducia, l’atteggiamento che Bergoglio ha definito «psicologia della sopravvivenza»: un approccio che priva di forza creativa, che induce a proteggere le strutture più che a rendere possibili nuovi processi.

Messe così le cose, sembra inevitabile che ogni slancio onesto si scontri con la diffidenza diffusa, che si guardi a ogni proposta con malizia invece di difendere il nuovo. Ma proprio per questo vanno stroncate l’invettiva e l’autocommiserazione. Non è affatto necessario stare sulla difensiva, vivere un sentimento di scarsa autostima, cedere a un immobilismo apparentemente senza scampo. Possiamo indagare sul nostro malessere, ma a patto di voler vivere una vita diversa, di non avere paura di affrontare nuove sfide, di essere disposti ad accettare le crisi come occasioni di cambiamento e non come situazioni impossibili da affrontare e superare.

In fondo le risorse non mancano: ci sono quelle per la ricostruzione e non solo. In questi giorni, ad esempio, Asm Rieti ha ottenuto da Anci e Conai i fondi per potenziare la comunicazione del settore Ambiente e, cosa più importante, pare stiano finalmente per arrivare i denari dovuti per lo sfruttamento delle acque del Peschiera-Le Capore: si parla di 224 milioni di euro in 30 anni.

E se anche tutto non funzionasse a dovere, il punto resterebbe un altro. Qualche mese fa, durante una catechesi, papa Francesco domandava ai presenti: «Siamo gente di primavera o di autunno?». La gente di primavera è quella che coltiva il fiore e attende il frutto; quella d’autunno sta a capo chino a guardare le foglie morte. Come a dire che si può sempre seminare un mondo nuovo e coltivare il miglioramento, senza disperare mai. Ce lo ha detto pure Aldo Cazzullo lo scorso mercoledì: ottimisti mai, ma fiduciosi sempre.

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