Famiglia, don Aldo: «parliamo della cosa più bella»

«Quando nessuno sapeva neanche cosa poteva significare la parola “casa famiglia” (oggi si usa per tante cose!) don Benzi dava vita alla casa famiglia come luogo composto da vere figure genitoriali che rigenerano nell’amore figli che magari non sono del proprio sangue, ma che lo diventano per quell’amore che per noi cristiani viene solo da Dio, è parte di Dio».

È un susseguirsi di storie, di racconti di vita vissuta, l’intervento di don Aldo Buonaiuto (Associazione Comunità Giovanni XXIII) al convegno internazionale “La famiglia: nucleo da preservare”, svolto il 25 settembre nel Salone Papale del Vescovado di Rieti.

Ma insieme è un guardare al fondamento, un tentativo di scansare gli equivoci, di ritrovare la realtà al di sotto dell’ideologia. Un esperimento condotto guardando all’insegnamento di don Oreste Benzi: «Non si può fare per carità ciò che va fatto per giustizia – diceva – ma oggi quasi dobbiamo chiedere scusa di chiamare famiglia quello che la cristianità, ma ancor prima di Gesù la storia, l’antropologia, vede nascere da quel “maschio e femmina Dio li creò”, da quella differenza che è vita, che è comunione» sottolinea don Aldo.

«Eppure parliamo della cosa più bella, del motore della vita e della realtà sociale. È insopportabile quindi vedere tutti questi proclami per deformare il principio e il senso assoluto e incomparabile della famiglia».

Ecco perché la crisi della famiglia è così forte: «abbiamo perso la bussola, l’uomo è diventato malato di autosufficienza, è diventato Dio di se stesso, è diventato strafottente. Nel suo delirio di onnipotenza non guarda più il cielo, l’infinito, non si meraviglia più di niente. È anche diventato un po’ tonto dietro a questi social network. I ragazzini e anche gli adulti e gli anziani sono tutti dentro quello schermo anche quando sono insieme sono profondamente soli perché non comunicano più. Una volta questo avveniva nelle discoteche. I ragazzi vanno, sono tantissimi, sembra che fanno branco ma sono tremendamente soli».

E la «distruzione della famiglia» non è senza conseguenze, ma si intreccia in vario modo alle parti più dolorose della realtà: ai tanti ragazzini e adolescenti «che oggi hanno una profonda crisi di identità, che non sanno come orientare la propria vita, che si perdono dietro un mondo terribile della droga, dell’alcolismo, della ludopatia e della violenza»; ai giovani «che vivono uno stato di aggressività, un urlo, un grido, una rabbia che ogni giorno si vede scoppiare», ai padri che comprano il corpo di «minorenni, di ragazzine che hanno gli anni delle loro figlie»; alle tante forme di rifiuto della vita.

E quasi per contrasto il sacerdote propone un esempio positivo, una “famiglia allargata” di migranti scampati alla traversata del Mediterraneo su un barcone. Moglie e marito, suoceri, cognati, figli «che non si sono voluti separare».

«Tutto il contrario di come viviamo noi oggi. Ci si separa per qualunque sciocchezza. Ci si separa anche all’interno di un paese, di una parrocchia, di una realtà comunitaria, nei condomini. Tutto è all’insegna della separazione. Sarebbe bello – ha concluso don Aldo – se noi riuscissimo a ripristinare i nostri grandi valori, che abbiamo da trasmettere alle nuove generazioni».

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