Utero in affitto: esiste un diritto al figlio?

Quello che sorprende nella nostra società è che facciamo di tutto per mistificare la realtà facendo passare certi comportamenti come unici e lodevoli quando invece nascondono trame oscure e vizi stucchevoli. Con le unioni civili, di cui si è aperto il dibattito anche in Italia, si sta spalancando la porta a quello che viene chiamato in gergo utero in affitto, o meno prosaicamente surrogazione di maternità o gestazione d’appoggio.

La donna diventa un’erogatrice di servizio ed il bambino un oggetto. Maternità surrogata. Ovvero diventare madre. Un termine che davvero creava emozione e stupore, dentro un’esperienza di dolore. Ma cosa c’è di più bello se non quello che parte da una sofferenza, da una fatica? Ora è una melliflua espressione, ammantata di parole come altruismo, amore, affetto, ma altro non si parla che di contratti commerciali per la fornitura di figli. Ma cosa c’è in gioco?

Si dice la libertà di autodeterminazione dei genitori. Si può parlare di libertà di una donna a cui è stata commissionata la gravidanza a pagamento? Ormai l’operazione è diventato un vero e proprio mestiere, un servizio remunerato che è una maniera per comprare il corpo di una donna magari anche disoccupata. Ma ciò che sorprende dalle nostre parti è che quando si cerca di intavolare il discorso nell’ottica di un mercato che tende a negare il ruolo della donna ed a ridurre il suo corpo a mero strumento atto a soddisfare i desideri di coppie agiate, ecco calare la mannaia di etichette senza uscita, come l’accusa di omofobia e si incanala la riflessione su binari ideologici e violenti, non più sostenibili.

Ma c’è una realtà inconfutabile. Da sempre ognuno di noi nasce nel corpo di una donna e la mamma è, oltre ogni retorica, la certezza necessaria ad ogni bambino, la continuità con la sua vita prenatale, un prolungamento di sé da cui man mano impara a staccarsi, prendendo coscienza della propria identità. Nello scenario nuovo, a cui la fecondazione eterologa introduce, questa certezza si dilegua e la mamma si trasforma in una figura labile, che può moltiplicarsi o anche scomparire. Come è scomparsa in un’immagine che qualche tempo fa ha fatto il giro del mondo, la foto di un uomo a petto nudo che si stringeva a sé, pelle contro pelle, un bimbo appena nato.

L’uomo, emozionato, aveva accanto il compagno, ma nessuna donna. La donna che aveva appena partorito quel bimbo, ingaggiata probabilmente con regolare contratto, nella sequenza fotografica era già messa ai margini, espulsa. Chissà se un giorno quel bambino la cercherà, la vorrà conoscere. Ma si farà sempre di tutto per minimizzare il problema. Basta assecondare il desiderio di felicità di coppie che vogliono il piccolo ad ogni costo. In tutti i sensi. Perché, visto che in Italia non si può ancora praticare la maternità surrogata, si va negli States dove il prezzo è di 117mila euro, in Thailandia di 61mila, in Georgia o Canada di 58.500, in India 55mila o in Grecia dove si spendono solo 48mila euro.

Comprare al prezzo più conveniente e sicuro, dentro la radicata idea che esista un diritto al figlio, indipendentemente dai mezzi per farlo nascere. Viene a sostegno di questo pericolo da scongiurare la testimonianza di donne come quella di Ritanna Armeni, un tempo femminista, giornalista e scrittrice da sempre di sinistra, che non ha timore nel ritenere la maternità ancora un atto d’amore, non un potere da esercitare. “Per troppo tempo abbiamo adottato una mentalità – sottolinea la giornalista – per cui tutto è vendibile e oggi ne raccogliamo i frutti. La maternità non è semplicemente un utero che si noleggia, non compri un organo, ma una relazione”.

Tutto vero, ma allora dove va a finire l’importanza, fin dal primo momento, del rapporto madre-figlio, decantata sempre da tutti? Forse è meglio evitare di camuffare la realtà ed aprire davvero gli occhi. A cominciare dai nostri, senza dare, anche quelli, in affitto. E quindi non guardare, perché ci fa più comodo.

Carlo Cammoranesi

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